22/01/2009 Allenamento

Mentalità anoressica e sport – Identikit e comportamenti

di Roberto Albanesi wbdirez@albanesi.it

Senza voler discutere dei casi clinici più gravi, è sicuramente riscontrabile nella popolazione un sottoinsieme, per fortuna limitato, di soggetti che hanno una mentalità anoressica e che non arrivano a farsi del male semplicemente perché riescono a gestirla abbastanza bene da non andare in crash. Resta il fatto che la qualità della loro vita ne esce molto penalizzata. Gli anoressici conclamati sono semplicemente soggetti i cui meccanismi di controllo della loro nevrosi non funzionano e nei quali il problema alimentare esplode.

Anoressia e sport
Dalla nascita del mio sito Internet (www.albanesi.it) mi scrivono e chiedono consigli molti sportivi con una mentalità anoressica, il che ha reso possibile una casistica veramente imponente che consente a un occhio attento di trovare almeno tre fattori comuni nel modo in cui lo sport viene gestito, fattori che possono scatenare una moltitudine di comportamenti autolesionistici.
1) La presenza di una forte volontà nevrotica e di una bassa forza di volontà anevrotica. Se vogliamo, la mentalità anoressica è una delle dimostrazioni che parlare di semplice forza di volontà è molto riduttivo; mentre quella nevrotica può essere distruttiva (pensiamo allo stress per raggiungere a tutti i costi un risultato nel proprio lavoro), quella anevrotica è positiva. Poiché l’anevrotica non è collegata a uno scopo, indica il vero controllo che la persona riesce a esercitare su di sé: se voglio, riesco a controllarmi, anche se non ne ho nessun vantaggio, gratificazione, premio ecc. Un individuo con forte volontà anevrotica sa benissimo che per perdere il chilo che ha preso gli basterebbe mangiare di meno per qualche giorno, senza ridursi al digiuno. Nella mentalità anoressica scatta la paura per l’assenza di questo autocontrollo, paura che viene utilizzata dalla forza di volontà nevrotica per impostare un rigidissimo piano che "assicurerà" il raggiungimento dell’obiettivo. Ovviamente il trainer deve evitare a tutti i costi di aggiungere obiettivi nevrotici, per esempio il raggiungimento di una certa prestazione, indirizzando il soggetto verso obiettivi anevrotici come il divertimento.
2) La mancanza di razionalità. Molte mentalità anoressiche hanno una buona cultura, ma è veramente bassa la percentuale che ha una mentalità scientifica, cioè orientata ai numeri. Ragionano spesso qualitativamente e ciò determina una visione del mondo in bianco e nero, senza toni di grigio (non ci sono i numeri a modulare il tutto o nulla!) e ciò spiega l’estremismo verso cui tendono. Risulta pertanto naturale che escludano moltissimi cibi perché "troppo calorici", senza comprendere che le calorie introdotte nell’organismo sono il banale prodotto della quantità per la densità calorica (per inciso, su questa incapacità di vedere l’aspetto numerico dei problemi si basano le pubblicità che promuovono microscopiche barrette ipercaloriche con lo slogan "solo 80 calorie!"). Il trainer deve quindi evitare affermazioni qualitative assolute (del tipo: "fare questo fa male") cercando di educare la mentalità anoressica ai toni di grigio, ai valori intermedi.
3) Bassa autostima. In alcuni casi l’autostima è naturalmente bassa (personalità debole), in altri un’autostima da risultato è crollata proprio perché il risultato non è stato raggiunto, per esempio dopo un fallimento in campo sentimentale o lavorativo. Si tratta del fattore più difficile da correggere perché cambiare un’autostima da risultato (purtroppo presente in gran parte della popolazione: valgo se raggiungo un certo obiettivo) in una basata sul dentro di sé (valgo perché ho valori morali e interessi nella vita) è possibile solo se il trainer stesso ha un’autostima solida e non da risultato. Certo che se passa tutto il tempo a vantare la sua magrezza o i suoi risultati atletici con i clienti, difficilmente riuscirà a correggere una mentalità anoressica!

Sul campo

I fattori sopra citati si traducono spesso in comportamenti facilmente identificabili. Ecco i più comuni.
Quantità – Il soggetto svolge una quantità di attività sportiva ingiustificata. Poiché per la salute non è necessario ammazzarsi di sport, resterebbe l’unica giustificazione della prestazione. In realtà le prestazioni di questi soggetti non sono per nulla eccezionali (cioè non sono campioni, professionisti e neppure agonisti) e, paradossalmente, l’enorme mole di sport che svolgono non viene finalizzata alla prestazione sportiva, essendo già completamente dirottata verso il dimagrimento (a volte in associazione con la cura estetica del corpo, cioè con la tonificazione). Due ore di palestra per un soggetto non agonistico sono un reale campanello d’allarme, soprattutto se sono diversificate su più attività e se poi magari sono seguite da attività all’aperto. Il trainer deve sempre rendersi conto dell’attività globale (non solo quella in palestra) del cliente e moderare gli eccessi con un acculturamento salutista.
Resistenza – A causa della grande mole di attività svolta, il soggetto privilegia la resistenza all’intensità del gesto. A differenza del vero sportivo di resistenza, anche quando sembra arrivare a livelli interessanti, il livello di fatica non porta mai all’esaurimento o allo sfinimento perché ciò che conta è conservare la possibilità di agire più a lungo, di lavorare ancora. Metabolicamente è spesso in riserva di glicogeno e la sua capacità di "andare a grassi" lo rende particolarmente lento, soprattutto quando la condizione dura da anni. Se il trainer si accorge di questa situazione è opportuno che lavori più sulla qualità che sulla quantità.
Insoddisfazione – Qualunque risultato raggiunto è visto solo come un punto di partenza, mai come uno d’arrivo. Banale il suggerimento di disincentivare obiettivi irrealistici o poco probabili.
Insufficienza – A causa di una bassa autostima, si cerca spesso l’approvazione dell’istruttore o del compagno di allenamenti, sia per non sbagliare che per ottenere una qualche gratificazione temporanea. Paradossalmente è più corretto minimizzare comportamenti condannati dalla mentalità anoressica perché sgarri che premiare comportamenti conformi alla visione ascetica del binomio sport-alimentazione.
L’alimentazione – Non è vista in funzione dello sport, ma è lo sport che è visto come prerequisito al cibo. Mentre nel salutista la frase "faccio sport per mangiare" è detta con ironia e con la consapevolezza che significa "faccio sport per mangiare un po’ di più", nella mentalità anoressica manca sempre "quel po’ di più".
Idea dominante – All’interno dell’ambiente in cui si svolge l’attività fisica (palestra o gruppo sportivo), l’idea dominante (romantica) del dimagrimento è spesso traslata sugli altri, dando per scontata un’importanza assoluta (cioè per tutti dovrebbe essere così!) dell’obiettivo che si vuole raggiungere. Spesso appare evidente l’enorme energia mentale che il soggetto spende nel cercare, magari con il confronto con gli altri, le strade più produttive per non fallire, tanto che può essere isolato o trattato con diffidenza. L’idea dominante può essere così forte da far perdere lucidità nell’analisi dei principali fattori sportivi, arrivando a grossolani errori. In questo caso è molto importante che il punto di riferimento (il trainer) agisca in modo totalmente opposto, scoprendo al soggetto una nuova verità che introduce nella sua pratica sportiva concetti (come il riposo, il recupero, un’uscita in pizzeria ecc.) che sono quasi "sacrilegi" nella sua ascetica religione. Il trainer deve cercare di trasformarsi in un guru che equilibra gli eccessi dell’allievo.

BOX
Roberto Albanesi è laureato in ingegneria elettronica, ma da circa vent’anni si occupa di scienza del benessere. Dal 2000 dirige il sito www.albanesi.it, un portale diventato ormai un riferimento per il mondo italiano del benessere (oltre 35.000 accessi al giorno). Nel sito e nelle sue opere (una decina di testi) propone l’integrazione di una costante attività fisica (soprattutto di tipo aerobico), un’alimentazione corretta (dieta italiana) e una mente equilibrata (Well-being), allo scopo di assicurare la massima qualità della vita.

 

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