26/06/2009 Allenamento

Il pettorale che non ti aspettavi – Siamo convinti di conoscere bene i nostri muscoli e come allenarli, ma ogni individuo è diverso e alcuni hanno delle particolarità anatomiche. Neanche tanto rare

di Edoardo Lanzani

Da sempre il grande pettorale assume una rilevanza speciale come simbolo di forza e “virilità”. Sulle corazze degli antichi veniva sagomato il profilo del muscolo per motivi di confort delle armature stesse ma soprattutto per un impatto visivo che incuteva timore nel nemico, che si trovava a combattere contro un avversario dalle masse muscolari imponenti. Nell’immaginario collettivo forse solo il bicipite brachiale suscita altrettanta voglia di ipertrofia. Chi non ha mai sentito la domanda: “quanto fai di panca?” come scala di riferimento semplicistica tra i frequentatori della palestra? Il desiderio di pettorali ben sviluppati ha fatto poi progredire le tecniche di allenamento: analizzando l’anatomia del pettorale lo si è scomposto funzionalmente in almeno tre parti e oggi anche il neofita della sala pesi impara subito la differenza tra pettorale alto, medio e basso e conosce le varianti di esercizio più adatte ad allenare l’una o l’altra porzione di muscolo. I disegni anatomici insegnano quindi che il pettorale alto origina dalla metà mediale della clavicola, la porzione centrale dal margine dei 2/3 superiori dello sterno e dalla II, III e IV costa e quella inferiore dal margine inferiore dello sterno, dalla V e VI costa e dalla fascia obliqua esterna al confine tra torace e addome. Le fibre del pettorale si portano poi verso l’omero per inserirsi sul margine mediale del solco bicipitale ma con orientamenti diversi. Per esempio, le fibre del pettorale alto sono parallele e vanno a inserirsi più in basso, distalmente sull’omero, mentre quelle della parte centrale convergono sull’omero a ventaglio. Le fibre della parte inferiore ruotano di 180° giungendo sull’omero per cui le fibre più inferiori all’origine sul torace sono quelle con l’inserzione più alta sull’omero. Fino a qui tutti possiamo, più o meno evidentemente, riconoscere questa anatomia descrittiva su noi stessi davanti a uno specchio, oppure funzionalmente durante l’allenamento sentiamo che “tirano” di più determinati fasci muscolari. Eppure l’assoluta individualità dell’anatomia va oltre gli schemi classici delle tavole anatomiche, altrimenti saremmo dei replicanti identici.

AGENESIA
Il grande pettorale è un muscolo particolarmente variabile e sono state osservate diverse anomalie a suo carico, molto più frequenti nella popolazione generale di quanto si pensi. Ad esempio tra i casi di agenesia muscolare, parziale o completa, il grande pettorale è il muscolo più spesso colpito. Da uno studio che passava in rassegna un vasto campione di individui nati senza determinati gruppi muscolari, l’assenza del grande pettorale era il difetto più comune riscontrabile in circa il 30% dei soggetti di questa particolare popolazione. Anche nella nostra esperienza clinica ci siamo confrontati con un caso di agenesia subtotale del grande pettorale. Dato che dal punto di vista funzionale il deficit è spesso minimo, una simile alterazione non deve spaventare né l’individuo affetto né l’istruttore che si dovesse confrontare con una tale anomalia. Nel nostro caso fu pensato un programma di allenamento mirato a un parziale miglioramento dal punto di vista estetico, lavorando sui fasci residui. Riguardo poi al significato più completo del fitness, quella ragazza si sentì coinvolta in un programma di allenamento che le consentiva di godere della palestra come tutti e non come uno scherzo della natura davanti al quale abbassare timidamente lo sguardo.

IL MUSCOLO STERNALE

Oltre al capitolo delle agenesie esistono poi dei quadri anomali in cui non manca nulla al pettorale, anzi esistono dei fasci in più che costituiscono veri e propri muscoli accessori dalla conformazione bizzarra e curiosa. Il muscolo sternale era stato descritto già nel 1604 da tale Cabriolus. Più recentemente in questo secolo è stato studiato da molti anatomisti e soprattutto da Barlow nella popolazione bianca e nera degli USA. Le fibre muscolari sono longitudinali e parallele al margine dello sterno e decorrono superficialmente rispetto al grande pettorale. Origine e inserzione sono alquanto variabili e hanno indirizzato diverse ipotesi sullo sviluppo di questo muscolo. Lo si è infatti interpretato come un proseguimento verso il basso del muscolo sternocleidomastoideo o del muscolo platisma, che costituisce il profilo del collo, come è osservabile in alcuni animali; altri lo hanno descritto come un proseguimento verso l’alto dei retti addominali mentre altri studiosi ancora lo hanno catalogato come un’anomalia presente solo negli esseri umani. Può essere soprattutto monolaterale ma anche bilaterale e compare con uguale frequenza in entrambi i sessi. Tanto per dare un’idea della “rarità” del muscolo sternale, Barlow lo ha individuato in 33 autopsie su 535 e in cinque di questi casi era bilaterale. In seguito è stata riportata un’incidenza nella popolazione generale intorno al 4% e quindi non propriamente una rarità. Dal punto di vista funzionale e soprattutto da quello clinico, ossia di determinati problemi per la salute associabili, il muscolo sternale non è particolarmente importante.

IL MUSCOLO AXILLOPETTORALE
Al contrario il muscolo axillopettorale può essere causa di disturbi circolatori dell’arto superiore. Infatti le sue fibre formano un ponte tra il muscolo grande dorsale e il grande pettorale alla base dell’ascella. Proprio a questo livello transita la vena ascellare che può rimanere compressa con il rischio di trombosi, peraltro rare. Dal punto di vista funzionale entra in tensione durante l’elevazione anteriore e laterale del braccio o mettendo la mano dietro la testa. La sua lunghezza è di 8 cm circa e si fa più stretto nel fondersi sul pettorale. In alcune rare varianti alcuni fasci possono giungere a inserirsi fino sulla coracoide. L’axillopettorale non è poi così raro come si potrebbe credere dato che Langen, che diede il proprio nome a questo muscolo nella letteratura scientifica tedesca, sosteneva di averlo riscontrato nel 4% delle sue dissezioni mentre altri studi affermano che sia presente in quasi l’8% dei soggetti di origine europea.

IL MUSCOLO CONDROEPITROCLEARE
Sensibilmente più raro è invece il muscolo condroepitrocleare, segnalato solo in una ventina di casi da una rassegna della letteratura scientifica inglese. Le sue fibre possono originare o dalle cartilagini costali in corrispondenza dell’inserzione della fascia obliqua esterna, come quelle del grande pettorale, oppure dal contesto del muscolo grande pettorale stesso. L’inserzione è poi molto variabile sul versante mediale e inferiore dell’omero fino all’epitroclea, che costituisce il profilo osseo del gomito internamente. La maggior parte delle ipotesi lo fanno risalire a un’anomalia inserzionale di un gruppo delle fibre del grande pettorale. Infatti il condroepitrocleare condivide con questo muscolo, oltre alla contiguità nello spazio, la medesima vascolarizzazione e innervazione. Dal punto di vista funzionale la sua contrazione attiva non è determinante mentre la sua presenza si traduce in un limite all’elevazione e all’abduzione del braccio. Il problema tuttavia è soprattutto estetico, dato che si tende un ampio velo muscolocutaneo davanti all’ascella, ma fortunatamente in questo caso siamo di fronte a rarità.
Altre tipi di anomalie sono stati descritti a carico del pettorale ma la loro scarsa frequenza li porta a essere delle curiosità eccezionali.

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