08/09/2009 Allenamento

Cardiofitness, ipertensione e diabete

di Giulio Sergio Roi

Sono sempre più gli utenti dei centri fitness che, presentando diverse malattie croniche, possono trovare notevole giovamento da un programma di esercizio aerobico regolare. È quindi opportuno conoscere alcune nozioni di fisiopatologia di tali malattie e alcune precauzioni da prendere in questi casi. È doveroso precisare che il cardiofitness non può e non vuole sostituirsi alle terapie riabilitative, ma spesso ne rappresenta il passo successivo, da compiere dopo aver risolto la fase acuta della malattia. In questo senso il cardiofitness assume il significato di un’attività fisica che, oltre ad avere effetti sul metabolismo aerobico, ha il compito di riportare alla normalità la vita del paziente.

Cardiofitness e ipertensione
L’ipertensione è una malattia che tende a comparire con l’aumentare dell’età e che colpisce una buona parte della popolazione. Nel 90% dei casi l’ipertensione è di origine sconosciuta (ipertensione essenziale), mentre negli altri casi è secondaria a malattie endocrine o strutturali. In entrambi i casi si vengono a produrre un aumento della gittata cardiaca e/o un aumento delle resistenze periferiche al flusso. In molti casi, soprattutto nelle persone anziane, l’ipertensione può essere dipendente, in varia misura, da fattori emotivi e nevrotici reattivi quali l’ansia. Indipendentemente dalle cause, coloro che presentano cronicamente una pressione al di sopra del limite superiore di normalità, cioè fino a 140/90 mmHg, hanno un’aumentata probabilità di essere colpiti da infarto, ictus, coronaropatie e ipertrofia ventricolare sinistra. Tali rischi devono essere accuratamente valutati in sede medica. L’ipertensione può essere grossolanamente classificata in quattro forme:
1. borderline, con pressione a riposo superiore a 140/90 mmHg;
2. moderata, con pressione a riposo non superiore a 150/95 mmHg;
3. severa, con pressione a riposo non superiore a 160/100 mm Hg;
4. incontrollata, con pressione superiore a 170/110 mmHg.
Nei soggetti ipertesi non trattati farmacologicamente, durante l’esercizio fisico si possono osservare aumenti della gittata cardiaca e della pressione sistolica e diastolica superiori a quelli dei soggetti normotesi. Nei casi di ipertensione severa si verifica una diminuzione della gittata cardiaca, dovuta a una diminuzione della gittata pulsatoria, mentre le pressioni sistolica e diastolica aumentano notevolmente per l’aumento delle resistenze periferiche. Inoltre, l’aumento pressorio è particolarmente evidente durante esercizi con sovraccarichi, isometrici e aerobici con componente isometrica.
L’ipertensione borderline può essere modificata, senza trattamento farmacologico, attraverso il controllo del peso, la dieta, la riduzione dell’assunzione del sodio (sale da cucina) e l’esercizio fisico. Anche le forme di ipertensione più severa si possono giovare di tali misure, tuttavia, nella maggioranza dei casi, sarà indicato anche il trattamento farmacologico specifico. La valutazione dell’ipertensione e dei presidi terapeutici farmacologici e non, più idonei al trattamento sono di esclusiva competenza del medico, al quale il professionista dell’esercizio fisico deve sempre fare riferimento. Il trattamento farmacologico dei pazienti ipertesi può modificare le risposte fisiologiche allo sforzo: i farmaci che riducono le resistenze periferiche attraverso la vasodilatazione possono provocare un abbassamento della pressione dopo l’esercizio, specialmente quando è interrotto bruscamente. È quindi utile effettuare un defaticamento attivo, diminuendo progressivamente l’intensità dell’esercizio fino a ottenere una normale ridistribuzione del flusso ematico ai vari distretti corporei. I pazienti che assumono farmaci che riducono la gittata cardiaca attraverso una riduzione della frequenza cardiaca non possono essere monitorati con il cardiofrequenzimetro e quindi devono fare riferimento alla scala di Borg. I pazienti che sono trattati con i diuretici possono presentare aritmie durante esercizio. In tutti i casi di trattamento farmacologico, l’esercizio dovrà essere somministrato con cautela e tutti gli effetti dell’esercizio dovranno essere riportati al medico curante, che provvederà a un eventuale aggiustamento della terapia. D’altra parte, l’istruttore di cardiofitness dovrà essere informato delle variazioni della terapia per poter adattare il programma alla nuova situazione terapeutica. È stato dimostrato da vari autori che l’esercizio aerobico tipico del cardiofitness induce una diminuzione della pressione arteriosa sistolica e diastolica a riposo, particolarmente evidente in molti pazienti affetti da ipertensione, dove può risultare inferiore anche del 14%. I meccanismi con cui questo effetto si produce sono ancora in parte sconosciuti. Tuttavia, l’esercizio aerobico provocherebbe una diminuzione delle resistenze periferiche per minore increzione di catecolamine e una maggiore eliminazione del sodio da parte del rene, con conseguente diminuzione del volume circolante. Negli ipertesi l’esercizio di cardiofitness dovrà essere individualizzato sulla base delle risposte della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. In linea generale dovranno essere sempre evitate le intensità elevate, indipendentemente dalla modalità di contrazione muscolare, mentre le esercitazioni che comprendono una blanda sollecitazione muscolare, anche con le azioni isometriche, non sono controindicate in assoluto, a patto che l’intensità sia sempre molto bassa e comunque entro il 20-25% della massimale. Anche le sollecitazioni distrettuali con i sovraccarichi possono essere previste, con intensità non superiore al 20-30% del massimale e un numero di ripetizioni elevato (minimo 20, da raggiungere progressivamente) eseguite lentamente. Una frequenza di 3-4 sedute settimanali è auspicabile, anche se è importante fornire un programma da effettuarsi possibilmente ogni giorno a casa come complemento al programma di palestra. Perchè ciò sia efficace si dovrà lavorare anche sulle motivazioni del paziente. La durata di ogni seduta dovrà tendere progressivamente a 50-60 minuti durante i quali l’intensità dovrà essere sempre bassa e comunque non superiore alla soglia aerobica.

Cardiofitness e diabete

Il diabete mellito è oggi considerato come una sindrome, nella quale il glucosio ematico (glicemia) aumenta oltre i livelli di normalità, poiché le cellule di diversi tessuti corporei non riescono a utilizzarlo. Il glucosio ematico viene quindi filtrato a livello del rene e una parte viene persa con le urine assieme a una maggiore quota di acqua. A livello cellulare la relativa incapacità di utilizzare il glucosio come fonte energetica determina un aumento del metabolismo lipidico, che però in questa situazione porta alla formazione di metaboliti acidi. Il conseguente aumento dell’acidità può portare anche al coma. Numerose sono le problematiche legate al diabete. In particolare, il persistere della glicemia elevata provoca danni rilevanti a livello di vari organi, che si traducono in neuropatie, microangiopatie, retinopatie, patologie renali e cardiache, facilità alle ulcere, infezioni ecc… Sono stati classificati due tipi di diabete mellito. Il diabete di primo tipo, definito anche insulino-dipendente, dipende dall’incapacità del pancreas di produrre l’insulina, cioè l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule. Questa malattia compare in giovane età ed è curabile con iniezioni di insulina effettuate anche più volte al giorno. I pazienti affetti da questo tipo di diabete hanno una certa difficoltà a mantenere costante la glicemia, che è influenzata sia dalla dieta che dall’esercizio. Il diabete del secondo tipo compare in età matura ed è definito insulino-indipendente. Questa forma, infatti, non è curabile con la somministrazione di insulina, poiché dipende da una diminuita sensibilità delle cellule all’insulina e la terapia consiste nella somministrazione di antidiabetici orali. I pazienti affetti dal diabete di secondo tipo costituiscono la maggioranza dei diabetici; essi sono anche obesi in una percentuale compresa tra il 60 e il 90% dei casi. I principali fattori di rischio per lo sviluppo del diabete di secondo tipo sono: l’obesità, la diminuita tolleranza al glucosio, l’età avanzata e la vita sedentaria. L’esercizio fisico effettuato con regolarità e il controllo del peso corporeo possono costituire fattori di prevenzione nei confronti dello sviluppo di questo tipo di diabete. Per i giovani affetti da diabete del primo tipo non esistono controindicazioni all’esercizio fisico, né alla pratica sportiva agonistica, a patto che la malattia sia ben compensata dalla terapia. In questo caso i pazienti sono capaci di autocontrollarsi e l’istruttore di palestra potrà operare, una volta ricevuta la copia del certificato di diabete compensato rilasciato dalla struttura che ha in cura il paziente. Nel caso del diabete compensato, infatti, l’esercizio fisico tenderà a far diminuire la glicemia e di conseguenza sarà necessaria una dose minore di insulina per mantenere il compenso. Nel caso del diabete non ben compensato per difetto di insulina, il glucosio ha difficoltà a essere utilizzato e il metabolismo farà ricorso all’utilizzo degli acidi grassi, con tendenza alla chetoacidosi e notevole aumento della glicemia. D’altra parte, quando l’insulina è somministrata in eccesso o molto vicino ai gruppi muscolari utilizzati per l’esercizio, si avrà un’ipoglicemia che si potrà manifestare sia durante, che fino a 4-6 ore dopo l’esercizio; nel caso di esercizio intenso e di lunga durata la reazione ipoglicemica potrà manifestarsi anche a distanza di 24-48 ore. Per evitare questa eventualità, il diabetico potrà diminuire la dose di insulina pre-esercizio, oppure assumere una piccola dose di glucosio, anche questa prima dell’esercizio.
Le precauzioni da prendere quando si ha a che fare con un paziente diabetico sono:
1. controllare la glicemia prima e alla fine dell’esercizio, per stabilirne gli effetti sui livelli glicemici (in genere i diabetici possiedono un apposito apparecchio portatile che consente di effettuare l’analisi della glicemia rapidamente, su sangue capillare);
2. diminuire la dose di insulina (30-35% in meno, se si utilizza insulina a medio-lunga durata d’azione; non somministrare insulina se a rapida azione), oppure assumere 10-15 g di carboidrati ogni mezz’ora di esercizio;
3. somministrare l’insulina lontano dai muscoli coinvolti nell’esercizio; in caso di utilizzo di tali muscoli, attendere almeno un’ora dall’iniezione;
4. evitare di effettuare esercizi durante il picco di attività dell’insulina e nel tardo pomeriggio;
5. assumere carboidrati prima e durante l’esercizio prolungato;
6. riconoscere i sintomi dell’ipoglicemia (cefalea, astenia, senso di fame, disturbi visivi, disturbi comportamentali, sudorazione, tremore, tachicardia,  palpitazioni, convulsioni, coma);
7. esercitarsi con un compagno;
8. utilizzare calzature adeguate e curare l’igiene dei piedi;
9. evitare le esercitazioni che provocano ipertensione, in particolare nei pazienti affetti da retinopatia.
Inoltre, si dovrà prestare attenzione anche al fatto che nei pazienti in terapia con farmaci betabloccanti le sintomatologie anginosa e ipoglicemica possono essere mascherate. Nei pazienti diabetici l’esercizio fisico dovrebbe essere effettuato quotidianamente in modo da ottimizzare la somministrazione della terapia. In genere, la durata di una seduta per il paziente affetto da diabete del primo tipo dovrebbe essere di 20-30 minuti, ma può essere più lunga nei casi di diabete ben compensato. D’altra parte, con il paziente affetto da diabete del secondo tipo si potranno raggiungere senza problemi i 50-60 minuti, al fine di massimizzare il dispendio calorico. L’intensità sarà quella tipica del cardiofitness nei casi ben compensati, mentre sarà diminuita negli altri casi. L’intensità potrà essere controllata con il cardiofrequenzimetro, a patto che non siano assunti farmaci che interferiscono con la frequenza cardiaca. In questo caso si farà riferimento alla scala di Borg.

Tratto da Manuale di cardiofitness
di Giulio Sergio Roi
Alea Edizioni: 2004

Pag: 235
35.00 EUR

Per maggiori informazioni vedi la scheda

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