27/05/2010 Riabilitazione

Trigger point – Le zone grilletto, cioè aree di iperirritabilità circoscritte, ben localizzate nel muscolo ed estese al tessuto connettivo di rivestimento

di Roberto Dagani rodagani@aliceposta.it

Con la pubblicazione nel 1949 sul Mississippi Valley Medical Journal dell’articolo “Basic for the multiple uses of local block of somatic Trigger areas” la dottoressa americana Janet Travell riferisce, per la prima volta, di una sindrome somatica dolorosa di origine miofasciale, localizzata nelle cosiddette aree Trigger. Bisogna però aspettare il 1983, con la pubblicazione del famoso trattato “Myofascial Pain and Dysfunction – The Trigger Point Manual”, perché Janett Travell accrediti, nel panorama medico-scientifico, la presenza di aree di iperirritabilità circoscritte e ben definite, localizzate nel contesto di uno o più muscoli ed estese al tessuto connettivo di rivestimento, coniando il termine trigger point (TP), ossia zona grilletto.

SINTOMATOLOGIA DA TRIGGER POINT
Il TP consiste in una porzione circoscritta di muscolo o fascia indurita, alla cui pressione digitale si determina dolore intenso e retrazione della parte stimolata. La peculiarità di un TP è di evocare dolore anche a distanza, vale a dire in aree ben definite dette “aree bersaglio”, non necessariamente in continuità topografica con il punto stimolato. In assenza di significativi riscontri diagnostici strumentali o particolarità istologiche sulle biopsie effettuate nelle sedi muscolari di TP, è solo grazie alla costante localizzazione delle relative aree bersaglio che è stato possibile disegnare mappe, anche se non universalmente riconosciute in quanto la stessa dottoressa Travell ritiene che la localizzazione di un TP sia una caratteristica di ogni muscolo, anche se mutabile e soggetta a estrinsecazioni personali.

TIPOLOGIA
Il TP si dice attivo quando presenta una sintomatologia specifica: dolorabilità localizzata e riferita sull’area bersaglio, riacutizzazione del dolore alla digitopressione, retrazione e debolezza del muscolo in cui è presente, vasocostrizione locale, sudorazione o lacrimazione della zona di referenza del dolore. Il TP si dice latente quando la sintomatologia è identica al quadro clinico dell’attivo, tranne la presenza di dolore spontaneo; in questo caso è sufficiente una postura prolungata e scorretta, un insulto traumatico o un sovraccarico funzionale per attivarlo.
Un TP si dice primario quando l’area di iperirritabilità dolente alla digitopressione non dipende da nessun altro TP. Viene attivato direttamente da sforzi acuti, sovraccarico funzionale o traumi.
I TP associati, satellite e secondari, sono uno o più TP la cui presenza e attività sono legati alla presenza e all’attività di un TP primario. Si dice satellite quando è collocato nell’area bersaglio di un altro TP, mentre si parla di TP secondario quando è collocato nel muscolo sinergico o antagonista del muscolo sede del TP primario. Nell’atleta la presenza di dolore evocato da un TP attivo, o la limitazione funzionale e la contrattura muscolare di un TP latente, sono spesso la causa di movimenti e atteggiamenti protettivi o antalgici, asimmetrie del corpo o anomalie del passo che possono condizionare la performance. Una diagnosi tempestiva e accurata evita la cronicizzazione del dolore, la cui durata diventerebbe difficilmente prevedibile.

PARAMETRI DIAGNOSTICI
I criteri diagnostici per una precisa e agevole identificazione del TP attivo devono rispettare i seguenti requisiti:
– iniziale anamnesi di insorgenza, se improvvisa durante o dopo uno sforzo acuto o graduale da microtraumi ripetuti del muscolo affetto
– ricercare la limitazione funzionale
– stirare passivamente il muscolo interessato per verificare l’aumento del dolore
– verificare l’aumento del dolore quando il muscolo si contrae contro resistenza
– ricercare l’eventuale debolezza o riduzione del grado di allungamento del muscolo interessato
– verificare che la zona di dolorabilità sia circoscritta e che tale dolorabilità si attenui nelle aree adiacenti
– verificare, alla palpazione trasversale della banda miofasciale rigida, l’insorgenza di un immediato spasmo muscolare locale di breve durata, accompagnato da una viva reazione di dolore
– alla digitopressione prolungata sull’area di TP verificare la produzione o l’aumento di dolore nell’area bersaglio.
Questi segni possono essere evocati tramite la palpazione a piatto o la palpazione a pinza.

PALPAZIONE A PIATTO E A PINZA
È possibile effettuare la palpazione a piatto su quei muscoli che sovrastano una struttura ossea. Va eseguita utilizzando le falangi distali delle dita lunghe tramite un movimento trasversale e perpendicolare rispetto alla lunghezza e al decorso delle fibre del muscolo da esplorare, in modo da far scivolare il tessuto cutaneo sulle fibre muscolari. La perdita di compattezza della fascia muscolare, percepita dai polpastrelli come una nodosità cordiforme, è un chiaro segno distintivo da TS. La palpazione a pinza è preferibile su quei muscoli che, non potendo essere compressi su un piano osseo, si prestano a essere facilmente afferrati tra il pollice e l’indice che, grazie a un movimento di sfregamento lungo tutto il decorso del ventre, permettono di esplorare e localizzare le bande miofasciali tese. In teoria tutti i muscoli possono essere sedi di TP, ma le sedi più frequenti e caratteristiche sono le strutture miofasciali paravertebrali e periarticolari della spalla, così come la muscolatura superficiale e profonda degli arti superiori e inferiori.

EZIOPATOGENESI
Attraverso i meccanismi neuromuscolari attualmente conosciuti è possibile dare solo una spiegazione parziale di insorgenza dei TP: la tesi più accreditata è l’esistenza di una regione di “metabolismo mutilato” che circonda l’area sede di TP. Uno sforzo muscolare acuto o un sovraccarico cronico possono esitare in una lesione a carico dei tessuti molli con interessamento degli elementi contrattili del muscolo: la liberazione di Ca++ e l’incapacità di quella porzione di muscolo di rimuoverlo, con la combinata presenza di un normale livello di ATP, darà inizio e manterrà una contrattura delle fibre interessate. Se si aggiunge un’intensa vasocostrizione locale dovuta all’accumulo di piastrine ricche di serotonina (ormone vasocostrittore) oltre ad altre sostanze sensibilizzanti quali chinine, prostaglandine e istamina, si viene a creare una regione di ipermetabolismo con ridotta circolazione, che comporta una contrattura indipendente da potenziali d’azione e un accumulo di metaboliti vasoattivi e algogeni. Una seconda fase di totale deplezione di ATP non permetterebbe il rilascio della miosina dai filamenti di actina, mantenendo così i sarcomeri rigidi e accorciati.

TRATTAMENTO DEL TRIGGER POINT
Il trattamento per la disattivazione dei TP prevede la più stretta collaborazione tra terapista e atleta, considerando la dolorabilità del trattamento. Se da una parte l’atleta deve essere istruito a tollerare le sensazioni dolorose, sia locali sia irradiate dalla manipolazione stessa, il terapista deve riuscire a percepire i limiti di tale tolleranza al dolore e allentare, se necessario, la pressione sul TP.
La struttura miofasciale sede di TP deve essere sempre detesa preventivamente, utilizzando il trattamento globale e segmentario specifico dell’area interessata. Il terapista, una volta localizzato il TP primario, preme con l’estremità distale di una o più dita o con il gomito la banderella miofasciale ipersensibile, incrementando gradualmente la pressione con la consapevolezza che, al progredire della pressione, l’atleta subirà una proporzionale recrudescenza del dolore. Per rendere il trattamento più tollerabile per l’atleta è possibile, mantenendo la pressione, compiere con il dito dei movimenti a spirale per mobilizzare i tessuti adiacenti al TP. Il TP primario sarà disattivato quando il dolore locale o evocato cesserà di esistere; solo in un secondo tempo si tratteranno gli eventuali TP associati.

 

Tratto da Trattamento miofasciale per lo sportivo

21.00 EUR
Autore: Roberto Dagani
Alea Edizioni: 2005
Pag: 128

Il manuale espone in maniera chiara ed esaustiva le tecniche manuali per il detensionamento miofasciale ad indirizzo sportivo. L’ampia documentazione iconografica chiarisce ogni dettaglio di posizionamento ed intensità del massaggio.

Autore: Roberto Dagani. Dottore in Scienze Motorie, massofisioterapista e massaggiatore sportivo svolge attività ambulatoriale libero professionale. Terapista personale di atleti olimpionici della nazionale italiana di nuoto e di triathlon, collabora con diverse società sportive a carattere locale. Relatore in occasione di stages e corsi di aggiornamento sul massaggio sportivo, Ë anche autore di articoli su riviste specialistiche.

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