21/03/2011 Costume e società

7° rapporto sull’obesità in Italia

di Mia Dell’Agnello

L’Istituto Auxologico Italiano (http://www.auxologico.it) ha presentato oggi il 7° rapporto sull’obesità in Italia. Il titolo, “Obesità e genetica: oltre lo stile di vita”, dichiara l’approfondimento tematico proposto in questa edizione, che dedica ampio spazio alle innovazioni della ricerca genetica e della biologia molecolare.
Innanzitutto, abbiamo due notizie da segnalare: una buona e una cattiva. Tradizione vuole che si cominci da quella cattiva, ma l’urgenza emotiva di buone novelle ci costringe a fare qui un’eccezione. Dunque, la buona notizia è che da almeno cinque anni i dati epidemiologici relativi all’incidenza di obesità e soprappeso in Italia sono costanti, dato in contrasto con gli allarmismi a cui i media ci hanno abituato proprio in questi ultimi anni. La cattiva notizia è che il BMI è in aumento, soprattutto nella fascia di popolazione definita obesa: se fino a qualche tempo fa le tabelle di riferimento indicavano a 41/42 di BMI il grande obeso, oggi è molto facile verificare che questa cifra arriva non di rado a 46/47, con un proporzionale aumento di disabilità e mortalità legate all’insorgere delle patologie collegate. Ne approfittiamo per ricordare che la scala di riferimento del BMI (Body Mass Index), pur essendo insostituibile come riferimento dal punto di vista epidemiologico e statistico, non è una misura specifica del tessuto adiposo: non esprime un indice di grasso corporeo, ma un indice di massa. Di fatto, il limite di 30 BMI utilizzato come riferimento per separare il soprappeso dall’obesità non indica tanto un valore di “normalità”, quanto piuttosto il fatto che da quella soglia in avanti vi è un aumento statisticamente esponenziale di malattie cardiovascolari. In realtà, e qui è il punto che interessa il nostro settore, la connessione fra aumento ponderale e malattie cronico degenerative, è testimoniata da tutti gli studi compiuti finora già da valori di BMI inferiori, entro i limiti del soprappeso (BMI sopra i 25): questi sono i soggetti su cui il cambiamento di stile di vita, e l’inserimento di quote di attività fisica quotidiana in particolare, può veramente avere la funzione di potente e incomparabile prevenzione. I dati Istat riportati ampiamente in questo Rapporto confermano che la popolazione italiana è suddivisa in:
3% sottopeso
52% normopeso
35% soprappeso
10% obesi.
Ed è proprio su quel 35% di popolazione che è necessario intervenire con la prevenzione.

OBESITÀ E GENETICA
L’interpretazione maggiormente adottata fino a oggi del fenomeno obesità è quella di considerarlo il risultato di un’interazione geni-ambiente, in cui i due fattori si sono modificati con tempistiche diverse: alla velocità di cambiamento dell’ambiente non è corrisposto un adeguamento genetico in grado di resistere all’aggressione dell’ambiente obesogeno. Quest’ultimo, tipico dei paesi industrializzati, è il risultato di una serie di fattori (una dieta profondamente cambiata sia nelle quantità che nella qualità, sommata a una drastica riduzione del dispendio energetico) che, per semplificare, tendono ad aumentare il numero di calorie assimilato e a ridurre al minimo il consumo energetico. Eppure non tutte le persone che vivono in un ambiente obesogeno sviluppano obesità. Questa constatazione è stata finora giustificata nella scelta di stile di vita del singolo, inquadrando il problema dal punto di vista della responsabilità individuale, con derive molto spesso colpevolizzanti quando non anche di tipo razzista. In questo nuovo Rapporto dell’Istituto Auxologico Italiano l’obesità è vista come il prodotto dell’azione congiunta sia di fattori genetici che ambientali, individuando l’esistenza di alcuni fattori predisponenti l’obesità. E non si tratta solo di quella “componente familiare” legata all’obesità, per cui spesso gli obesi sono figli di obesi, perché in molti casi la familiarità è attribuibile alla condivisione di diete e stili di vita. Si tratta piuttosto di una vera e propria relazione genetica.
Gli studi dei fattori genetici che stanno alla base dell’obesità comune hanno acquisito valore solo in questi ultimi anni, grazie all’evoluzione tecnologica che ha consentito di aumentarne in modo esponenziale la potenza statistica. Si tratta di studi in cui si analizzano fino a un milione di varianti genetiche per ogni individuo su popolazioni miste di migliaia di soggetti. A oggi sono state individuate 32 varianti genetiche che aumentano la suscettibilità all’obesità, anche se la loro capacità predittiva è limitatissima: meno dell’1% dei casi di obesità comune è collegabile direttamente alla loro presenza. Gli studi sono solo all’inizio e, se anche questa della genetica fosse la strada, siamo ancora ben lontani dal vedere una luce. Inoltre, considerato che l’assetto genetico di una popolazione non può essersi modificato in modo così repentino (lo spazio di una generazione), gli stessi sostenitori dell’obesità genetica ritengono fondamentale l’interazione con l’ambiente obesogeno: probabilmente ciò che riveste un ruolo determinante nello sviluppo dell’obesità è l’interazione gene-ambiente, ove la sensibilità all’influenza dell’ambiente è modulata dal genotipo.
La ricerca genomica ha creato molte aspettative sulla possibilità di fornire cure mediche personalizzate, confezionate su misura del genotipo del paziente. Percorrere questa strada forse consentirà di trovare dei rimedi farmacologici all’obesità che, al momento, non sono ancora stati trovati e che sicuramente rappresenteranno una miniera d’oro per le case farmaceutiche.
Nel frattempo non resta che lavorare con gli strumenti a nostra disposizione, soprattutto a livello preventivo, così come indicato da tutti i piani sanitari nazionali dei paesi industrializzati. Quando finalmente riusciremo a parlare di prevenzione al di fuori dalle strutture sanitarie (e quindi deputate alla cura), allora avremo fatto veramente Bingo!

 

 

7° rapporto sull’obesità in Italia
Obesità e genetica: oltre lo stile di vita
Istituto Auxologico Italiano
Il Pensiero Scientifico Editore

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