03/03/2011 Allenamento

Quando l’anoressia entra in palestra – Il trainer come supporto motivazionale

di Anna Sacchi sacchi.anna@gmail.com

Una ragazza magrissima nell’angolino più nascosto della sala, si affatica sullo step e sul tapis roulant da qualche ora, senza mostrare minimamente fatica e soprattutto intenzione di scendere. Vi dice nulla questa situazione? Non c’è palestra o non c’è tecnico cui non sia capitato almeno una volta tale episodio, ponendo in risalto alcune considerazioni. Innanzitutto, questa ragazza non dovrebbe trovarsi lì e, nonostante le fatiche di tutto lo staff tecnico per convincerla a scendere con la classica frase “ti farà male fare così tanta attività aerobica!”, probabilmente non ascolterà e continuerà nella sua fatica. In secondo luogo, l’anoressia non va considerata solo come una patologia di competenza psicologica, e la persona dovrebbe avvalersi del supporto di medici specialisti competenti in materia, in un quadro multidisciplinare. Nelle nostre palestre, è indubbio che episodi simili accadano e si ripetano, finché non ci saranno criteri più ragionati di ammissione all’attività fisica. Iniziamo pertanto a delineare sommariamente il problema e le caratteristiche delle persone “a rischio”.

IDENTIKIT DI UNA SOFFERENZA
Solitamente sono ragazze (ma anche ragazzi) sui 18-25 anni, con una marcata “paura di ingrassare” e che, conseguentemente, mangiano poco o “solo qualcosa”, “solo proteine” o “solo verdure”. Sono persone con una forza di volontà ammirevole, una disciplina ferrea verso se stesse; si allenano disperatamente per moltissimo tempo e riescono a ottenere risultati incredibili. Vivono le giornate regolate dai loro ritmi rigidi, tendenzialmente sono superimpegnate, senza momenti di tregua; nel loro schema di rinuncia e sacrificio, la trasgressione di un cibo vietato o di un’abbuffata è vissuta con un enorme senso di colpa, la cui rimozione fa ricominciare dal punto zero il maledetto circolo vizioso. Nella maggior parte dei casi hanno una visione distorta di sé, ancorata fortemente a dinamiche mentali punitive e a un substrato psico-emotivo di vissuto famigliare negativo. Rientrano nel gruppo anche le bulimiche nascoste, la cui identificazione – in palestra e fuori – risulta più difficile in quanto l’aspetto fisico non è così palesemente esplicativo. La bulimia viene anche definita nervosa, caratterizzata da alimentazione irregolare e talvolta eccessiva, con la rimozione del senso di colpa con purghe, erbe purganti o tisane lassative, per eliminare – in senso metaforico e non – il “peso” di aver mangiato. Tale classificazione è però riduttiva, perché i disagi nella maggior parte dei casi sono molto più sottili, nascosti, non consapevoli o degni di attenzione, includendo così un’ulteriore grande categoria di persone “borderline”, il che denota che il problema è molto più serio e diffuso di quello che sembra. Sono diverse le ragazzine che già a 20 anni si massacrano di palestra perché “si vedono” grasse, quando in realtà rientrano nel loro corretto peso forma. Probabilmente non svilupperanno mai una forma di anoressia o bulimia, ma rimangono in un confine molto particolare, in quanto non consapevoli di avere un problema, e considerano la loro fissazione solo come una “stupida paranoia” dell’età; in realtà questa situazione può durare anni, e la paranoia suddetta può assumere lineamenti patologici. Mi riferisco anche a quelle mamme 25-30enni che fino all’ottavo mese non scendono dal tapis roulant, e per giustificarsi dicono che “non possono fare a meno dell’attività fisica!”, spostando magicamente il focus sul comprovato effetto benefico dello sport, non rendendosi conto che invece per loro è diventata una malattia. Anch’esse mostrano una paura inconscia di ingrassare, ma l’aumento di peso nella gravidanza è normale e fisiologico e, nei limiti, ci deve essere. Mamme di questo tipo sono state adolescenti bulimiche o anoressiche, oppure borderline. Insomma, una sofferenza latente che sembra quasi impossibile estirpare.

IL TRAINER COME SUPPORTO MOTIVAZIONALE
Cosa dobbiamo e possiamo fare noi tecnici di sala fitness?
Nessuna scuola di formazione professionale, né del resto la facoltà di Scienze Motorie, fornisce competenze in merito, e il buon senso è l’unico strumento che possediamo. È anche vero che un centro fitness non è un centro di psicoterapia, ma è eticamente ingiusto lasciare che queste persone si distruggano sugli attrezzi. Solitamente “il caso” è segnalato al responsabile tecnico che provvede a contattare la famiglia. Tale operazione non produce alcun risultato, e il giorno dopo la ragazza è ancora sulle macchine. Per il tecnico, la decisione di intervento è delicata e completamente personale. La premessa fondamentale è avere un minimo di conoscenza delle dinamiche mentali che stanno a monte di queste patologie. Le persone con tali disagi sono estremamente sensibili e si sentono incomprese (“nessuno può capire come mi sento veramente”); spesso ciò si verifica perché all’inizio del malessere c’è un principio di solitudine, una volontà di non parlarne con nessuno, isolandosi dal punto di vista sia psicologico che sociale. L’approccio del tecnico di sala con queste persone, qualora voglia cimentarsi, è esattamente il contrario di quello che fa già chi ruota loro attorno: evitare l’apprensione, l’ansia, e i vari consigli “devi fare…” o “devi mangiare…”, ma anzi, finalmente, ascoltare. Fare domande e fare in modo che la persona racconti di sé è già un inizio per capire le sue dinamiche mentali; le bugie sono una consuetudine, barriere di difesa, il modo per apparire “normali” agli occhi degli altri. È raro che un’anoressica chieda aiuto in sala fitness: solitamente si dedica all’attività aerobica ed evita il confronto, ma può capitare che chieda un programma di allenamento. A questo punto, sarebbe opportuno essere diretti, ma delicati allo stesso tempo, spiegando perché non le fa bene fare così tanta attività aerobica e il perchè non è pronta nemmeno per i pesi: motivare le spiegazioni con basi di anatomia e fisiologia – senza però creare allarmismi –  servirà ad aumentare la sua consapevolezza. Giocare a carte scoperte, mostrando empatia, è un atteggiamento che tendenzialmente genera fiducia e fa abbassare le difese: una volta ottenuto questo, sarà più facile farsi ascoltare (ricordate che tenere la disciplina per loro è facile). Nessuna attività cardiovascolare, quindi, e pochissimi esercizi, a corpo libero o con pesi leggerissimi, eseguiti molto lentamente e con respirazione profonda (far entrare ossigeno significa far entrare la vita). La scheda di allenamento è solo un palliativo, una toppa a valle di un problema che non è compito del trainer risolvere. Ma, nel momento in cui la persona entra in palestra e si rivolge a voi, manifestando una minima intenzione di voler cambiare, diventerete automaticamente complici del processo. Il rischio è che l’istruttore sia preso come punto di riferimento, come guida nel processo di guarigione, assieme allo psicoterapeuta o al medico: il fatto di trovare in un centro fitness un supporto per lo meno motivazionale è del tutto inconsueto e fornisce linfa vitale, poiché la persona va più spesso in palestra che dallo psicologo. Il problema di questi soggetti sono poi le ricadute, i giorni in cui si sentono spenti, demotivati e soli. La guarigione è lunghissima e passa attraverso un processo graduale di ricostruzione della propria autostima e della fiducia nella saggezza del proprio corpo. In tutto ciò, il trainer deve gradatamente prendere le distanze e fare da guida-spettatore, aiutando nel cammino senza fare da “stampella” a lungo, altrimenti la persona non raggiungerà mai l’indipendenza nella sua individualità. Avvicinarsi a questi disagi, nei limiti concessi a noi tecnici del fitness, è senza dubbio un’esperienza d’accrescimento e uno spunto per riflettere. D’altronde, se non esplicitamente, anche molte persone “sane” giungono in palestra per trovare un orecchio che le ascolti o qualcuno che le comprenda…

Anna Sacchi
Laureata in Scienze Motorie, lavora da oltre 10 anni nelle più importanti palestre milanesi come fitness trainer. Segue dal 2003 numerosi clienti come personal trainer, occupandosi non solo dell’allenamento ma anche del loro benessere psicofisico, esigenza che l’ha spinta a specializzarsi sempre più nelle tecniche di allungamento e rilassamento. Nell’ultimo anno si è occupata di consulenza, dell’insegnamento dell’Educazione Fisica a scuola e della ginnastica specifica per la terza età.

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