27/10/2011 Community Business

Amarcord

di Mia Dell’Agnello

Appartengo a quella numerosa popolazione di ex sportivi che ha ceduto al lavoro e alla famiglia il tempo per praticare un po’ di attività fisica, ma ha serbato la coscienza di quanto ci si senta bene dopo una sgambata o una nuotata. Dopo aver tergiversato per anni cercando di incanalare i miei sensi di colpa in sedute di pseudo jogging, molto spesso ostacolate dal meteo, dalle cattive condizioni ambientali (Milano!) e dalla generale fatica del vivere, decido di iscrivermi in palestra. Beh, a dire il vero non è stato così immediato: diciamo che un’offerta promozionale di Groupon e la complicità di un’amica hanno fatto la differenza. Groupon è uno di quei portali che consentono di effettuare acquisti di gruppo di prodotti e/o servizi diversificati a un prezzo scontato rispetto al valore reale. La palestra in promozione si trova proprio vicino a casa, è molto grande e sulla carta offre tutti i servizi che uno potrebbe desiderare da un moderno centro fitness, pardon wellness (o forse nothingness?): enorme sala pesi, diverse sale corsi con una programmazione fittissima, sauna, bagno turco, idromassaggi, piscina… Il costo dell’abbonamento per 12 mesi è di 499 euro e può anche essere utilizzato da 2 persone, 6 mesi ciascuna. Se a questa cifra aggiungiamo 60 euro di tassa d’iscrizione siamo a 310 euro per un abbonamento semestrale open, dalle 7 di mattina alle 23, sabato e domenica inclusi: wow!
Lo start up non è così immediato e infatti passano un paio di settimane dall’acquisto (fatto on line) a quando io e la mia amica ci presentiamo in palestra, con il nostro coupon e il certificato medico. Sono le 11,30 di mattina e c’è già un bel viavai. Noi ci siamo portate tutto l’occorrente per iniziare la nostra nuova attività: scarpe, tuta, asciugamani. Siamo determinate, ma non abbiamo tenuto conto delle procedure burocratiche. Passiamo prima alla reception, consegniamo coupon e documenti, recitiamo i nostri dati anagrafici al diligentissimo boy che, dopo aver sbrigato le sue pratiche, ci fa accomodare sui “divanetti”. Da lì, un altro boy ci invita al tour della palestra e quindi ci prega di seguirlo nel suo ufficio, dove ci attende un’altra compilazione di fogli, con il contratto e il regolamento da firmare. Nel frattempo ci spiega che, se vogliamo, possiamo pagare altri 90 euro, di cui 60 per fare la visita medica e 30 per avere 3 sedute con il personal trainer. Ma noi il certificato medico l’abbiamo già e quindi si volatilizza anche l’offerta del personal trainer. A questo punto mi sorge un dubbio, ma so che è solo uno scrupolo, una domanda oziosa, comunque la faccio lo stesso: “C’è qualcuno in sala pesi che ci prepara una scheda per cominciare?”. Il boy numero 2 mi guarda come se gli avessi chiesto se in sala c’è qualcuno che può tagliarmi i peli del naso e mi dice: “Ma certo che no! Voi potete seguire i corsi di gruppo, lì c’è l’istruttore; in sala pesi potete andare, ma la scheda di allenamento la deve preparare un personal trainer!” Io insisto, veramente sbigottita “ma come… da quando funziona così?” “Ma da sempre!” Allora mi impunto, perché io in un certo senso sono del mestiere “Eh no, scusa, ma prima non era così!”. E lui: “allora diciamo che adesso abbiamo deciso che non è più così!”. Appunto. Sconsolante, ma non mi faccio fregare ora che, dopo anni di rimuginio, sono qui, con il mio bell’abbonamento attivato! Anzi, sento di dover rincuorare anche la mia amica, così le dico “non ti preoccupare, te la preparo io una scheda di allenamento!” in fondo dovrò solo rispolverare le mie conoscenze… Ma continuo a pensare a una sala pesi senza istruttori… non mi par vero… “Scusa, ma se qualcuno fa degli esercizi sbagliati e magari si fa male?” “Vabbè, per quello c’è un assistente di sala, che controlla”. Ah ecco, ora è l’assistente di sala, un po’ come quello di volo, che magari ti indica anche le uscite di sicurezza. Nel frattempo il ragazzo finisce di preparare gli incartamenti e io a questo punto fremo di trepidazione, ma lui sorride e dice “Prego, accomodatevi sui divanetti: una collega sarà presto da voi!”. Maledetti divanetti. Attendiamo ancora 5 minuti, finché la collega ci invita nel suo ufficio. Sta per chiederci di nuovo i dati, ma un moto d’imbarazzo la trattiene e ci confida che ora possiamo dire solo i nostri cognomi. Tutta fiera, verifica il resto dell’anagrafica al computer e ci stampa i tesserini. Ora è il momento dell’offerta strepitosa: solo per qualche giorno un nostro familiare o amico potrà usufruire della nostra stessa agevolazione, ma con uno sconto addizionale di 100 euro, ovvero: 399 euro + 60 di iscrizione per un abbonamento annuale open! Me lo faccio ripetere perché non ci credo, così lei lo scrive sul foglio che ha davanti e che poi mi consegna. Sono basita: ma le cose vanno così male, allora? Eppure non si direbbe: tre persone per completare un’iscrizione già effettuata on line… Mah. Nel frattempo si è fatto tardi, è passata più di un’ora da quando abbiamo varcato la soglia del centro fitness, ovvero il tempo a nostra disposizione per l’allenamento. La mia amica prende la sua borsina fitness, mi saluta e se ne va. Io non mollo: volevo ricominciare oggi e oggi ricomincio, anche se ho poco tempo. Gli spogliatoi sono enormi, con file e file di armadietti a disposizione: peccato che le docce siano fredde! Le signore si lamentano, ma dicono che la caldaia si sia guastata… Pazienza, mi farò la doccia a casa. Mi cambio e vado. Una sala pesi enorme, piena di macchine di ogni tipo. Istruttori: neanche l’ombra. Decido di fare una lezione di gruppo, giusto per partire soft: ce ne sono tre in programma, basta scegliere! Gli istruttori sono in postazione, ognuno nella sua sala corsi, peccato che non ci sia neanche un allievo! E così mi defilo anch’io: una lezione di aerobica o di spinning da sola… te la vedi la tristezza? Bene, non importa! Si è liberato un tapis roulant, quindi mi ci fiondo. Poi ho in mente un programmino interval training leggero, così, poche stazioni, lavoro sui grandi gruppi muscolari, esercizi poliarticolari… E intanto osservo. Una signora in piedi davanti alla lat machine si è appesa alla sbarra e, con le gambe e le braccia belle tese, flette il busto in avanti e ritorna su, soffiando e sbuffando come una locomotiva: ma povera schiena! Un anziano, ma anziano per davvero, ha deciso di farsi tutto il circuito Selection, proprio stamattina, e ora si accanisce sulla shoulder press. Ha selezionato un peso chiaramente esagerato per lui, ma non ne vuole sapere di arrendersi: rosso come un pomodoro, le vene gonfie, il viso contratto in una smorfia di massimo sforzo. Mi sembra di sentire la sua dentiera scricchiolare nella morsa serrata della mandibola. Si aggrappa alle maniglie e spinge con tutto quello che ha a disposizione: inarca la schiena, si solleva dal sedile puntando i piedi. Il pacco pesi viene abbandonato a metà corsa e cade con un rumore orrendo che fa sobbalzare tutti i presenti, ma lui indefesso ricomincia e via! un altro SBAAANG rieccheggia, terribile premonitore di sciagure. Invece niente: il nonnetto è sopravvissuto, anche questa volta. In compenso, l’istruttore non è comparso, neanche al richiamo di un rumore così, diciamo, sospetto. Io ho finito il mio allenamento e me ne vado, scivolando via in quel deserto di corpi, senza neanche sentire il bisogno di salutare qualcuno.

AMARCORD
Anche quando io lavoravo in palestra c’era il nonnetto. Lo chiamavamo Capitan Trombetta, perché ogni volta che si cimentava con gli esercizi addominali scorreggiava rumorosamente. Lui ci rideva e anzi, questa sua ironia aveva portato una nuova confidenza in palestra, che aveva contagiato tutti quanti. Non c’erano hostess, né consulenti di vendita, ma solo la ragazza che stava alla reception: con lei il nuovo cliente faceva “il giro” della palestra e poi compilava il foglio di iscrizione, mentre lei preparava la tessera. Un quarto d’ora al massimo e fine delle pratiche. Gli istruttori in sala pesi c’erano sempre, e il loro numero era in base al numero di frequentatori: al mattino uno, due nella pausa pranzo e nelle ore serali erano quattro, di cui uno era un fisioterapista. Non c’erano personal trainer, né wellness trainer, né assistenti di sala. C’erano le schede prestampate, è vero, ma spesso erano solo un punto di partenza su cui costruire dei moduli personalizzati. Gli istruttori parlavano con le persone, non necessariamente di allenamento, anzi: parlava proprio di tutto. Intessevano relazioni. Peccato che poi qualcuno ha cominciato a chiamarli “centri di costo”.
Mi ero ripromessa di non fare l’”amarcord”, la nostalgica, quella che “si stava meglio prima”, che fra l’altro non è proprio nella mia natura. È che proprio non ce la faccio. Perché, fra l’altro, la palestra che ora frequento è la stessa in cui lavoravo, circa vent’anni or sono: mannaggia alla vecchiaia!

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