02/12/2011 Fitness Metabolico

Perché abbiamo il colesterolo alto? Perché è un business!  

di Alessandro Lanzani

Titolo ardito, si potrebbe obiettare. Invece ci sono argomenti: eccome!
Per prima cosa va segnalato che alcuni fattori di rischio sulle malattie cardiovascolari sono proporzionali all’aumento dei valori di colesterolo. E questo è un fatto. Ma il colesterolo è uno dei tanti fattori di rischio che stressano la nostra sopravvivenza.  Eppure  siamo immersi in una comunicazione che ci fa percepire il “colesterolo alto” come una costante della nostra vita moderna, un rischio incombente.
Un fattore di rischio non è un danno certo e si misura così: un campione di popolazione che ha il colesterolo a 280 vivrà statisticamente un po’ meno di chi ne ha 270; un campione di popolazione che ha i valori a 260 vivrà in media qualche mese meno delle persone che hanno 250; e così via. Man mano che i valori si abbassano la speranza statistica di vita si allunga.
A un certo punto la classe medica decide i valori normali. Di fatto, avere qualche punto in meno anche dei valori limite abbassa il rischio e così via. Se si decide per comodità di stabilire un confine netto tra salute e malattia in un contesto dove invece il rischio è graduale e progressivo si arruolano nella categoria “malati” milioni di persone. E da qui si sviluppa il business di una malattia piuttosto che il contenimento di un fattore di rischio.
La contraddizione è ancora più grande perché è ampiamente dimostrato che tre fattori possono far aumentare o diminuire i valori di colesterolo:
1) la quantità di alimentazione;
2) la qualità dell’alimentazione;
3) la quantità di attività fisica.

I valori di colesterolo dipendono quindi da due stili di vita non corretti: la malnutrizione da eccesso e il sedentarismo.
La malnutrizione da eccesso tipica delle società occidentali si caratterizza sia da un eccesso di apporto calorico, che si traduce in soprappeso e obesità, sia in uno sbilanciamento qualitativo dei cibi con eccesso di cibi grassi di provenienza animale e una certa povertà di frutta e verdura.
Il sedentarismo è uno stile di vita che non dipende solo dalla malavoglia del singolo, ma anche dall’organizzazione complessiva della società: lavori sedentari e consumo di tempo libero sedentario (computer, televisione, internet, video giochi, cinema, sport guardato e non praticato).
Per completezza di informazione va segnalato che alcuni hanno alti valori di colesterolo per motivazioni genetiche che si aggiungono agli stili di vita.

Ridurre la quantità di cibo, mantenersi magri e fare attività fisica sono comportamenti strategici e fondamentali per il miglioramento sostanziale dell’ipercolesterolemia. Si faccia caso che sono soluzioni non medicalizzate e a basso costo. E queste sono le tesi dell’organizzazione mondiale della sanità.

Se al contrario si persegue una strada di patologizzazione del colesterolo avviene qualcosa che poco ha a che fare con la salute e molto con il business.
1) Trasformare un’informazione corretta sulla graduale riduzione del rischio, man mano che i valori di colesterolemia si abbassano, in un confine netto tra salute e malattia è una scorrettezza sul piano informativo e culturale: non esiste una soglia di salute/malattia; esiste una gradualità del rischio.
2) Abbassare progressivamente questi valori (attualmente 200 è il limite) di fatto genera persone che prima avevano il colesterolo normale in persone che ora hanno il colesterolo alto.
3) Immediatamente scatta la necessità del monitoraggio, ovvero esami ripetuti con frequenza: un costo sociale enorme e inutile se si genera qualche cambiamento.
4) Il cambiamento proposto può andare nella direzione della medicalizzazione o nella direzione del cambiamento di stili di vita. Di fatto stiamo andando verso una medicalizzazione.
5) La medicalizzazione muove delle quantità di denaro impressionanti. Una terapia a base di statine ha un costo per anno per persona tra i 700 e i 1100 euro a dosaggio pieno e quotidiano, senza contare il costo dei frequenti esami di controllo. Forse si potrebbe valutare con un’opportuna autority se questi prezzi siano giustificati. Costo approssimato delle statine sul bilancio dello stato: circa 5 miliardi di euro all’anno (avete letto bene: miliardi, non milioni).
6) L’approccio terapeutico ormai riguarda anche l’alimentazione, con la proposta di alcuni alimenti addizionati di fitosteroli che abbassano di qualche punto in percentuale i livelli di colesterolo. Il nuovo settore alimentare si chiama nutriceutica e i cibi sono chiamati cibi funzionali, ovvero addizionati. L’esempio più conosciuto è il Danacol della Danone. Campagne pubblicitarie da 50-60 milioni di euro all’anno; costo al supermercato sottocasa, ieri, a Milano: 9.98 € al kilo. Approssimiamo a 10 €, che si capisce meglio. Costo annuale per una dose al giorno: 365 €. Costo per coppia di pensionati anno: 730 €. Ma se aggiungiamo anche i figli quarantenni siamo a 1.460 euro e cosi via. Costo di un yogurt non addizionato: 2.60 € al kilo (stesso supermercato): una differenza di oltre 7 euro al kilo (400%) tra uno yogurt normale e il costo degli addizionati.
“Cara la mia addizionatura”, direbbe la nonna… ma l’addizionatura include ovviamente anche il costo delle campagne pubblicitarie per “informarci” che abbiamo il “colesterolo alto”.
Nel caso specifico, la campagna è stata, a quanto pare, condotta con una certa disinvoltura, tanto che l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha sanzionato con il provvedimento N. 19816 la Danone, per scorrettezza nella comunicazione di Danacol. La sanzione è stata confermata dal T.A.R. del Lazio nel marzo 2011, seppur ridotta per gli importi complessivi a 125.000 €.

E l’attività motoria? Costerebbe di meno per l’utente e darebbe lavoro a molte più persone (personal trainer, operatori di fitness metabolico, istruttori di discipline motorie). La demedicalizzazione del colesterolo porterebbe notevoli risparmi al bilancio sanitario e, ultimo ma non per importanza, le persone si riapproprierebbero del loro tempo libero, in un clima meno ansiogeno.
In definitiva, stiamo parlando di qualità della vita versus business.

 

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