06/03/2012 Community Business

Fitness e salute: il cerchio si stringe, ma chi ci guadagna?

di Mia Dell’Agnello

È ormai conclamato che, introducendo nel “sistema uomo” delle quantità di attività motoria e sottraendo eccesso alimentare, l’incidenza di patologie dell’apparato cardiovascolare (ictus, accidenti cardiovascolari, infarti), dell’apparato locomotore (degenerazioni artrosiche) e delle fondamentali funzioni metaboliche (diabete, dislipidemie) si riduce in maniera evidente e significativa. L’efficacia di questa operazione in molti casi è addirittura superiore a quella che si ottiene introducendo nel “sistema uomo” i soli farmaci. Eppure sono ancora poche e poco significative le iniziative messe in atto per aiutare le persone a modificare il proprio stile di vita. O meglio, ancora si fa fatica a trovare una giusta dinamica d’intervento, che evidentemente non può essere di esclusivo appannaggio del settore medico: cambiare uno stile di vita è un atto medico o un atto sociale? In altre parole, se l’interesse della collettività è quello di diminuire la spesa sanitaria, il contesto in cui avviene il cambiamento dello stile di vita è un contesto a basso impatto di medicalizzazione. Il mondo medico può e deve dare le linee guida per la trasformazione dei soggetti da “sedentari” a soggetti “motori”, ma il sistema funziona se la proposta di cambiamento è sufficientemente leggera e demedicalizzata, oltre che sicura per il singolo. Il medico intercetta e riconosce il soggetto dismetabolico, ma ancora raramente prescrive di svolgere un’attività motoria e ancor più raramente fornisce indicazioni precise riguardo alla modalità di svolgimento. Se poi valutiamo le possibilità di interazione e cooperazione del settore della medicina con quello del fitness, ci accorgiamo che la distanza è ancora enorme, da una parte dovuta ad atteggiamenti pregiudiziali e dall’altra sostenuta da atteggiamenti etici e professionali quantomeno ambigui. Nonostante ciò, qualche tentativo comincia a emergere sul territorio, sollecitato anche da programmi ministeriali nazionali (“Guadagnare salute” del 2007) e iniziative della comunità europea. A noi critiche e scetticismo.

IL CENTRO FITNESS È SOLO UN CONTENITORE
L’azienda Sanitaria Locale di Chioggia ha recentemente presentato il progetto “Metti in moto la salute”, realizzato in collaborazione con i medici di famiglia e con sei palestre del territorio. Strutturato dal Dipartimento di prevenzione in accordo con i medici di medicina generale, il progetto prevede che l’attività fisica sia prescritta, proprio come un medicinale, a quelle persone che, pur non assumendo ancora terapie farmacologiche, sono considerate potenzialmente a rischio, per sovrappeso, pressione arteriosa elevata, glicemia alterata. A queste persone i medici prescriveranno attività motoria aerobica indicando la frequenza cardiaca massima; il medico riporterà alcuni dati (pressione arteriosa, indice di massa corporea, glicemia), in una scheda che loro presenteranno al loro ingresso in una delle sei palestre convenzionate. In questo caso si punta sull’effetto psicologico “doveristico-prescrittivo”, presumendo che le persone rispettino la “posologia” di un’attività somministrata come se fosse un farmaco. Il ruolo riservato alla palestra sembra essere solo di logistica: l’intervento degli istruttori fitness pare limitato al controllo e alla registrazione dei dati.

QUALI VANTAGGI CON LA SALUTE?
Decisamente più complesso è il progetto Lifestyle Gym dell’Azienda Sanitaria Locale di Rimini, per il trattamento del diabete mellito di tipo II e delle malattie dismetaboliche, coordinato dal dottor Paolo Mazzuca. Il progetto fa parte del Piano della prevenzione 2010-2012 della regione Emilia-Romagna "La prescrizione dell’attività fisica": primi indirizzi per l’attuazione del progetto "Palestra sicura. Prevenzione e benessere”. Ma andiamo con ordine. Nel progetto Lifestyle Gym il medico (di famiglia o specialistico) deve individuare pazienti affetti da diabete mellito tipo II e/o obesità e/o ipertensione arteriosa e inviarli al servizio di diabetologia, dove sarà attivato un progetto personalizzato che contempla un programma di educazione alimentare (tramite il colloquio motivazionale individuale e di gruppo) e di attività motoria. Per l’intera durata del progetto (sei mesi) i pazienti, in gruppi di 10, svolgeranno l’attività fisica e il programma di educazione alimentare seguiti da un medico, una dietista e un laureato in scienze motorie o diplomato Isef. In seguito, il paziente sarà invitato a proseguire autonomamente l’attività fisica prescritta e il programma di educazione alimentare. Rispetto al caso della Asl di Chioggia, qui è richiesta una partecipazione attiva della palestra e dei suoi istruttori, ma non senza condizioni. Innanzitutto le palestre che vogliono aderire al progetto devono essere iscritte all’elenco “Palestre Sicure – Prevenzione Benessere”. Il progetto “Palestra Sicura”,
coordinato dal Servizio Salute Mentale, Dipendenze Patologiche e Salute nelle carceri, è nato inizialmente (nel 2009) dall’esigenza di prevenire e contrastare l’utilizzo e la diffusione di sostanze dopanti. Successivamente, aggiungendo la dicitura “Prevenzione Benessere”, si è voluto creare «…un circuito di palestre che promuovano il benessere, inteso come garanzia di sicurezza sotto il profilo professionale (presenza di personale qualificato), promozione di una corretta alimentazione e di limitazione dell’uso di integratori alimentari». Come si fa a far parte di questo elenco di virtuosi che possono lavorare in partnership con le Asl, avendo ottenuto il “riconoscimento” dal Servizio Sanitario Regionale? Prima di tutto è necessario sottoscrivere il Codice Etico da cui emerge:
«…l’intendimento di effettuare la somministrazione dell’esercizio fisico per il benessere del cliente e, laddove necessario, sotto il controllo medico; l’impegno a non pubblicizzare al proprio interno prodotti farmaceutici che possano avere effetti dopanti; l’impegno a partecipare a iniziative di formazione dell’A.USL o degli Enti Locali; l’impegno a veicolare campagne, dell’A.USL o della Regione o degli Enti Locali, di promozione della salute e stili di vita salutari; accettano di sottoporsi a controlli senza preavviso dell’A.USL o degli Enti Locali».
Le palestre che aderiscono al “Codice Etico” acquisiscono il riconoscimento di “Palestra Etica”, ma non basta:
«…per lo svolgimento dell’attività fisica prescritta dal Servizio Sanitario Regionale è necessaria la presenza di personale specializzato e appositamente formato. A tal fine, a partire dall’autunno 2011, verrà attivato, in collaborazione con la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Bologna, un primo corso di formazione speciale per laureati in Scienze motorie e diplomati ISEF con l’obiettivo di aggiornare personale qualificato che somministri un’attività fisica personalizzata e tutorata come un vero e proprio farmaco, sia nella popolazione generale che in soggetti con patologia e/o fattori di rischio, indirizzata sia alla prevenzione primaria che a quella secondaria. Esso intende pertanto preparare personale qualificato che possa operare in rete con il Servizio Sanitario Regionale». Il corso, organizzato dalla Fondazione Carlo Rizzoli, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e della Facoltà di Scienze Motorie dell’Università degli Studi di Bologna, è articolato su due livelli. Un Corso Base, per i laureati in Scienze Motorie e i diplomati ISEF, è dedicato alla gestione dei soggetti a basso rischio cardiovascolare, dismetabolici, con disordini minori dell’apparato locomotore, all’anziano e ai disabili. Con il titolo conseguito (“Referente per la salute nella prevenzione e nel benessere”) si ha accesso al Corso Avanzato, dedicato alla gestione dei pazienti trapiantati di fegato, cuore e rene, dei soggetti a rischio cardiovascolare alto e/o medio-alto, ai diabetici insulino-dipendenti e ai grandi obesi. Il corso base è strutturato in cinque moduli didattici di 12 ore ciascuno + 3 argomenti trasversali di 4 ore ciascuno: un totale di 72 ore per un costo di 2.000 euro.
Al primo corso hanno partecipato 36 studenti, che moltiplicati per 2.000 euro fanno un totale di 72.000 euro: mica male!

 

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