19/04/2012 Fitness Metabolico

La morte improvvisa e la prevenzione nei centri fitness

di Alessandro Lanzani

I recenti casi di morte improvvisa di noti sportivi riaprono il dibattito sui livelli di monitoraggio e prevenzione per i praticanti di attività fisica e sport.
In particolare il caso di Morosini, proposto dai media in mille modi, genera spunti per commenti a volte non troppo obiettivi.

LA MORTE IMPROVVISA
Che ci piaccia o no, la morte improvvisa esiste. È dovuta a un’aritmia ventricolare che altera la funzione di pompa del cuore. L’effetto è un arresto cardiocircolatorio, cui segue il decesso.
Ci possono essere delle concause genetiche, come delle malformazioni a volte facilmente diagnosticabili altre volte molto meno. Oppure ci possono essere delle cause acute come l’infarto del miocardio e l’aneurisma dell’aorta.

QUANDO I NUMERI INGANNANO
Spesso le statistiche sommano le morti improvvise con gli infarti. Non è del tutto corretto perché l’infarto del miocardio in qualche modo dipende dall’usura e dal deterioramento del sistema cardiovascolare dovuto all’invecchiamento, mentre le morti improvvise propriamente dette riguardano soggetti giovani in cui, ovviamente, l’invecchiamento non ha avuto ancora modo di agire. Si stima, per esempio, che nella popolazione giovane le morti improvvise occorrano in un caso ogni 250.000 – 300.000 persone. Al contrario, la curva di crescita dell’infarto cresce con l’età fino a diventare tra le prime cause di morte. Quindi è molto importante quando si parla di morti improvvise capire se siano inclusi anche gli infarti, che sono sicuramente “improvvisi”, ma in qualche modo legati al deterioramento cronico del sistema cardiovascolare dovuto anche e soprattutto all’invecchiamento.
La legge Italiana con l’obbligo di visite annuali per attività sportive agonistiche e non agonistiche permette di tutelare la popolazione sportiva e, anche se tutto può essere migliorabile, è difficile, se non impossibile, portare a zero il rischio di morte improvvisa attraverso l’intensificazione quantitativa dei controlli.

MIGLIORARE LA QUALITÀ
Qualcosa invece si può fare migliorando la qualità del “prodotto” visita.
Per quanto riguarda le visite cosiddette “non agonistiche” è auspicabile l’inserimento nel protocollo dell’esecuzione di un elettrocardiogramma di base, che permetterebbe di poter escludere almeno una fetta non piccola delle malformazioni cardiovascolari silenti. Da lì potrebbero partire ulteriori accertamenti nei casi dubbi. Questo sarebbe anche a tutela dei medici certificatori che, con un ECG, avrebbero a disposizione un documento oggettivo sulle condizioni della persona visitata.
Per quanto riguarda le visite agonistiche, la legge italiana del 1982 è un’ottima tutela dal punto di vista normativo. Ma, come si dice: fatta la legge, trovato l’inganno. In molte regioni un medico sportivo non può aprire autonomamente un centro di medicina dello sport, ma deve essere riconosciuto prima idoneo e poi accreditato e convenzionato dalle regioni. Come è facile immaginare, questo ha prestato il fianco ad alcuni casi di malapolitica, con convenzioni date in maniera discrezionale in totale opposizione alle attuali tendenze di “libero mercato“ e liberalizzazioni.
Chi, come sportivo praticante, ha esperienza diretta delle visite agonistiche, ha potuto constatare come in alcuni pomeriggi siano visitate centinaia di persone in un contesto non proprio professionale. Talvolta il medico specialista arriva a cose fatte solo per refertare ECG e prove da sforzo, senza nemmeno aver visto l’atleta di persona. Basterebbe verificare il numero delle firme sui certificati per medico sportivo per pomeriggio per comprendere come certe cifre rendano impossibile l’esecuzione di visite qualitativamente accettabili. Ma cosi è.
Infine, ci si accorge facilmente che la prevenzione di base potrebbe concentrarsi proprio sui soggetti non agonisti, ma a rischio maggiore: adulti e anziani che hanno un sistema cardiovascolare più esposto ai rischi dell’usura.
Tra l’altro, queste persone hanno assoluta necessità di mantenere in buone condizioni il fisico con una dose di attività motoria che ovviamente deve essere di intensità moderata e commisurata alle capacità. Per cui il certificato non agonistico degli adulti e degli anziani avrebbe assolutamente bisogno dell’esecuzione di un ECG di base per modulare e consigliare sui livelli di intensità.
Il certificato “on-off” o “sì-no” risulta obsoleto rispetto alle nuove acquisizioni in termini di prevenzione motoria. Da un certificato di “esclusione – inclusione” si deve passare a un certificato di prescrizione e modulazione dell’attività fisica.
Naturalmente, per realizzare questo, occorre una maturazione complessiva del settore sportivo e motorio (fitness) che ancora non vediamo all’orizzonte. Non giovano le derive commerciali del “prodotto visita” realizzato a cottimo, con retribuzioni al ribasso per i medici, spesso dato in appalto a società d’intermediazione con pochi scrupoli e scarsa professionalità. Il cliente paga molto, riceve poco in cambio e guadagna chi, non firmando il certificato, non si assume responsabilità. La prevenzione diventa formale e la qualità dei servizi rimane una parola vuota. Strano no?
Sì, c’è ancora molto da fare.

ALESSANDRO LANZANI
Medico specialista in medicina dello sport e in ortopedia, è direttore della Scuola di Professione Fitness, che dal 1986 ha formato migliaia di istruttori e personal trainer con i propri corsi, master e stage di formazione e aggiornamento professionale. Da anni promotore dei contenuti relativi al fitness metabolico tramite corsi e convegni scientifici su tutto il territorio nazionale, è autore di numerose pubblicazioni e libri di formazione e supporto professionale.

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