05/03/2013 Allenamento

Lo sport al femminile: note introduttive alle differenze fisiologiche e mediche dell’allenamento nei due sessi

di Antonio Gianfelici antonio.gianfelici@guest.coni.it

Da sempre le differenze tra le prestazioni sportive di uomo e donna hanno incuriosito scienziati, allenatori e tutti coloro che vivono o hanno vissuto nello sport. Ancora oggi è attuale, tuttavia, discutere delle differenze di allenamento e di prestazione. Ma mentre su quest’ultimo punto ci si trova ampiamente d’accordo ed è sufficiente scorrere i record delle diverse discipline sportive per assaporare tutte le statistiche e le differenze, persistono molti dubbi sull’effettiva applicabilità di tutti i presupposti fisiologici di queste differenze nel momento in cui si programmano le tabelle d’allenamento.

LE PRESTAZIONI

Alla base delle differenze prestative, ci sono chiaramente tutti gli aspetti correlati alla prestazione, sia condizionali, che coordinativi, tecnici e tattici. La diversa età di comparsa della pubertà nei giovani atleti ha permesso di evidenziare subito quanto importante sia il ruolo delle caratteristiche morfologiche e della composizione corporea sulla prestazione, in generale. All’osservazione evidente di una statura e un peso superiori nell’uomo, contribuisce una minore percentuale di massa grassa a discapito di una superiore quantità di massa muscolare. Queste osservazioni hanno portato all’identificazione di alcuni indici, come quello “curioso” di John Manning (ricercatore della Scuola di scienze biologiche dell’Università di Liverpool), che prende in considerazione il rapporto tra la lunghezza del secondo e quarto dito della mano destra, per evidenziare una mano (e conseguenti caratteristiche fisiologiche) mascolina o femminina a seconda del prevalere, rispettivamente, dell’anulare sull’indice o viceversa.

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corso di formazione della scuola di professione fitness

L’inizio delle differenze prestative (specialmente quella legata alla potenza esplosiva e alle prestazioni di forza veloce) comincia nel momento della comparsa della pubertà.

Osservava Carmelo Bosco: «le variazioni di forza esplosiva che si riscontrano nei due sessi con l’età seguono parallele le modificazioni della concentrazione plasmatica di testosterone». Di questo si erano accorti anche tutti quelli che lavorarono illecitamente nell’ambito del doping: nel 1985 Strauss et coll. notarono che in tutte le atlete che avevano utilizzato anabolizzanti si era avuto un aumento della sezione muscolare in associazione a un aumento di forza. A queste modificazioni si erano associati anche cambiamenti del tono della voce, aumento della peluria facciale e irregolarità mestruali. Seppure sia ben chiaro l’aspetto fisiologico, e ci si aspetterebbero programmi d’allenamento che valutino approfonditamente il rapporto tra la produzione di testosterone e il carico d’allenamento, molti addetti ai lavori applicano protocolli di lavoro simili per uomini e donne, modificando esclusivamente l’intensità del carico. Lo stesso Bosco, in un esperimento con sprinter maschi e femmine sottoposti a un lavoro di tipo massimale, verificò che i livelli ematici di testosterone, immediatamente dopo la prova, erano più bassi negli uomini, mentre nelle femmine non si ebbe nessuna modificazione.

Sorprendentemente, i dati di quello studio riportarono che gli effetti indotti da una sessione di allenamento di forza massima erano completamente differenti nei due sessi. L’interesse per questo lavoro nasce proprio dalla capacità degli autori di aver esattamente valutato il tipo e l’intensità del carico, il dosaggio ormonale nelle diverse ore della giornata, l’approccio che prevedeva anche quello neuromuscolare. Manca però, a nostro giudizio, un’indicazione di quale fosse lo stato del ciclo mestruale nel corso dell’esperimento, che sappiamo essere determinante per i livelli ormonali nelle atlete. Osservazioni simili a quelle di Bosco sono state fatte da altri Autori, che hanno trovato una diminuzione del 20% della concentrazione di testosterone, successivamente a un allenamento intensivo di forza e ancora, in atlete che lavoravano a resistenze elevate.

LE “QUESTIONI DI CUORE”

La massima potenza aerobica (V’O2max) è considerata espressione globale della fitness nella popolazione comune e rappresenta una prerogativa di interesse nelle varie discipline sportive, tanto da essere una capacità indispensabile in tutti gli sport di resistenza. I suoi valori, anche quando indicizzati per il peso corporeo, mostrano delle differenze importanti tra i due sessi: essi si aggirano intorno al 40% del valore assoluto, scendono al 20% se indicizzato per il peso corporeo, e ancora al 10% circa se si mettono in relazione con la massa magra. La causa di queste differenze si fa risalire principalmente alla diversa portata cardiaca, maggiore negli uomini che nelle donne. Alle osservazioni di Zeppilli e Pelliccia, si aggiungono quelle di Hutchinson, che mise in risalto che dimensioni del cuore e massa magra erano responsabili del 98,7% della differenza di V’O2max nei due sessi; l’ulteriore differenza poteva risiedere nella diversa concentrazione di emoglobina e degli altri vettori per l’O2.

Queste osservazioni bastano per modificare i programmi d’allenamento?

L’allenamento, negli sport di resistenza, induce nella donna le stesse modificazioni che nell’uomo. Tuttavia, quando si analizzano prestazioni in cui gioca un ruolo determinante non il V’O2max, ma la percentuale che di esso si riesce a utilizzare (maratona, triathlon ecc) e nel momento in cui la competizione vive di variazioni di ritmo, ci troviamo nuovamente a dover fare i conti con alcuni aspetti metabolici che non sono esclusivamente di tipo aerobico. Pertanto, se un programma d’allenamento fatto di sedute di resistenza aerobica sia indiscutibilmente utile nella popolazione per il mantenimento del benessere fisico, nella popolazione di atlete d’elitè si dovrebbe ancora una volta considerare il giusto peso delle diversità tra uomo e donna. Nell’allenamento di atlete di resistenza sarebbe opportuno valutare gli aspetti ormonali e del ciclo mestruale in funzione di una programmazione dell’allenamento: per esempio, quando fare allenamento su ripetute brevi piuttosto che lavoro lento o di forza-resistente in relazione allo stato del ciclo mestruale.

QUANTO INCIDE IL CICLO MESTRUALE SULLA CAPACITÀ DI PRESTAZIONE?

Un buon numero di atlete non avverte variazioni significative della propria capacità prestativa in alcun momento del ciclo mestruale, mentre altre si trovano effettivamente in difficoltà, nelle diverse fasi del ciclo. Dal punto di vista dell’allenamento, riconoscendo nella durata del ciclo diverse fasi ormonali (follicolare, proliferativa e luteinica), si potrebbero avere dei risvolti per la programmazione dei cicli d’allenamento. In questo senso, la fase di aumento relativo del livello di testosterone potrebbe essere “sfruttata” per lavori di potenza muscolare piuttosto che di resistenza aerobica. Il disagio durante le varie fasi del ciclo è variabilmente soggettiva, ma in talune donne esiste una vera e propria sindrome premestruale, caratterizzata da dolori addominali associati alle mestruazioni, cefalee, nausea e altri sintomi che impediscono all’atleta di poter effettuare il proprio allenamento. Tale quadro clinico, definito anche dismenorrea, può ridurre le capacità prestative dell’atleta. La limitazione dei disturbi clinici avviene tramite diverse vie che vanno dalla classica assunzione di semplici presidi farmacologici (tipo antidolorifici e/o rilassanti la muscolatura liscia) o terapie “erboristiche” di incerta efficacia (fitoterapici, quali l’agnocasto, olio di borragine e di enotera, anche al magnesio). Ulteriori presidi vanno da pratiche di rilassamento, anche di tipo yoga, fino a terapia come l’agopuntura (che risulta ben efficace). Infine, la scelta terapeutica ricade spesso sui farmaci contraccettivi. Questa terapia presenta una serie di vantaggi:

– diminuiscono i disturbi legati al ciclo mestruale;

– rappresenta una via sicura di protezione contro eventuali gravidanze;

– regolarizza il ciclo mestruale, potendolo addirittura sincronizzare con quello agonistico.

Come ogni terapia farmacologia, presenta svantaggi e rischi (flebiti, infezioni delle vie urinarie, predisposizione a trombosi venose) ma, restando in puro spirito sportivo, l’effetto della “pillola” sulla prestazione sportiva è alquanto discusso, se non per il fatto che esistono diverse tipologie di “pillola”. Non potendo offrire un giudizio definitivo, invitiamo a un approccio assai moderato e individualizzato nella scelta del farmaco adatto, nelle atlete d’élite, richiedendo il supporto di un ginecologo che sia anche esperto di aspetti sportivi e, non ultimo, verificando la sensazione che l’atleta stessa avverte. Per quanto riguarda lo sport dilettantistico, si ritiene che l’uso del contraccettivo debba essere fatto esclusivamente sulla base delle indicazioni cliniche, a prescindere dal suo effetto sulla prestazione sportiva, cercando comunque di scegliere quello che inficia di meno la prestazione stessa.

LE ALTERAZIONI DEL CICLO TIPICHE DI ALCUNE CATEGORIE DI ATLETEB0007475TS

Molte atlete di resistenza, come molte ballerine e molte ginnaste, presentano alterazioni del ciclo mestruale fino a veri e propri quadri di amenorrea (mancanza di flusso mestruale, per almeno tre mesi). L’amenorrea non è altro che un sintomo finale di uno squilibrio che ha alterato l’attività ciclica del sistema nervoso e dei suoi effetti sugli organi endocrini periferici. Nella popolazione generale questo fenomeno è presente in maniera estremamente più rara (2-3%). Le cause dell’amenorrea secondaria sono molteplici, classificate in base al distretto che determina il disturbo (uterina, ovarica, ipofisaria, ipotalamica, corticale) e possono essere anche di origine extra-genitale (tiroide, surrene, rene ecc). Nella popolazione atletica è da sottolineare che questo fenomeno è secondario probabilmente a una serie di “concause” che prendono in considerazione metodi, carichi e intensità d’allenamento, effetti stressanti, peso corporeo ridotto, nonché basse percentuali di massa grassa e, non ultimo, squilibri energetici dovuti a inadeguata o scorretta alimentazione. Da alcuni anni il quadro appena descritto è stato configurato in una vera e propria sindrome che colpisce una discreta percentuale di atlete d’elite e, cosa molto più grave, una percentuale variabile di giovani atlete dilettanti. La sindrome nota come “female atlete triad” (sindrome della triade della donna atleta) è stata descritta agli inizi degli anni ‘90 ed è caratterizzata, oltre che dall’amenorrea, da disordini di tipo alimentare, spesso concretizzati nell’anoressia, e osteoporosi. Il fenomeno riveste un ruolo sociale specialmente nella promozione dell’attività sportiva come mezzo di salute, di mantenimento delle capacità condizionali in tutte le donne e per questo l’American College of Sports Medicine ha recentemente preso posizione su questo argomento, delineando delle linee di comportamento. Una raccomandazione speciale va fatta proprio a coloro che lavorano con atlete perché ci si è abituati, purtroppo, a considerare “normale” la presenza di amenorrea in atleta d’elite e, superficialmente, considerarla secondaria a quella serie di concause che sono state citate poco prima, senza sentire la necessità di approfondire l’iter diagnostico. Eppure una recentissima documentazione scientifica dell’Istituto Karolinska di Stoccolma, svolta in collaborazione con il Comitato olimpico svedese, testimonia che una percentuale di atlete presenta una sindrome dell’ovaio policistico. (PCOS). Questa sindrome è una malattia endocrina, presente nel 5% della popolazione di giovani donne, caratterizzata da iperandrogenismo, irregolarità mestruali e ovaio policistico; la PCOS ha anche notevoli risvolti di tipo clinico in quanto è associata alla sindrome metabolica e comporta un aumento del rischio cardiovascolare. La pratica sportiva dilettantistica rappresenta, nella popolazione affetta da questa sindrome, parte fondamentale della terapia.

CONCLUSIONI

Anche se rimangono aperti ancora diversi aspetti che andrebbero approfonditi, esistono delle variabili importanti che possono condizionare le capacità prestative dell’atleta donna:

– l’influenza delle variazioni della temperatura corporea, secondaria al ciclo mestruale, sulla prestazione, specialmente in quella di resistenza;

– le variazioni della frequenza respiratoria e della ventilazione polmonare nelle diverse fasi del ciclo sulla prestazione e sulla risposta all’allenamento;

– l’andamento dei parametri ematologici e del metabolismo del ferro, anche in funzione del tipo di nutrizione;

– la capacità di espressione e la potenza del sistema nervoso vegetativo, inteso come modulatore delle risposte ai carichi di lavoro e indice delle capacità di recupero;

– la regolazione centrale della fatica e i suoi aspetti psicologici, che sappiamo essere comunque molto diversi, almeno nell’espressione pratica, tra uomo e donna;

– variazioni dell’allenamento in funzione di una gravidanza.

Appare quindi che, alla conclusione di questa breve introduzione alle note dell’universo femminile (sportivo), vorremmo essere semplicemente di stimolo a tutti coloro che lavorano con (e per) le donne atlete ad approfondire le diverse questioni presentate e aumentare la sensibilità nella valutazione dei carichi di lavoro e nei programmi d’allenamento, per chi già non lo facesse. L’elaborazione dei principi medico-biologici dell’allenamento femminile costituisce un compito molto importante, necessario sia per incrementare l’efficacia della preparazione delle atlete sia per salvaguardarne la salute.

CIMG0988ANTONIO GIANFELICI

Docente a contratto presso la Facoltà di Scienze Motorie dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presso l’Università degli studi de”L’Aquila”, è medico specialista in Medicina dello Sport. Dopo l’esperienza con squadre nazionali di Pallavolo, attualmente è il medico della squadra nazionale olimpica di Triathlon femminile, nonché Medico Federale della Federazione Italiana di Badminton. Formatosi nella Scuola del Prof. Zeppilli, dal 2000 collabora a pieno ritmo con il CONI presso il Dipartimento di Scienza dello Sport dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport, sotto la direzione del Prof. Marcello Faina.

 

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