08/05/2014 Fitness Metabolico

Body Max Index e Body Fat Index

come interpretare i due indici

Alessandro Lanzani

Body Max Index  e Body Fat Index .

Entriamo subito nel vivo dell’argomento presentandovi la classificazione internazionale dell’Organizzazione Mondiale di Sanità, pubblicata nel 2004, che si basa sul BMI (Body Mass Index ), o indice di massa corporea. Il BMI è un valore numerico ottenuto dal rapporto fra il peso espresso in chili e l’altezza espressa in metri al quadrato: BMI = P (kg)/h (m2). È l’indicatore oggi più utilizzato nella valutazione clinica e nella classificazione del soprappeso e dell’obesità

Nonostante offra una classifica corretta dei diversi livelli di obesità in classi progressive di rischio e proponga una differenziazione per piccoli intervalli, individuando quindi delle sottocategorie più raffinate, a mio parere presenta più di un difetto. Per esempio, non tiene conto né del sesso né dell’età, due fattori che in qualche modo spostano i valori di riferimento. Inoltre, l’utilizzo del linguaggio non è del tutto corretto, spostandosi gradualmente verso diagnosi patologiche: definire un 25,2 come “preobeso” suona molto diverso che un “leggero sovrappeso”. Definire come “preobeso” i soggetti che hanno un sovrappeso da 25 a 25.99 non è speciosità letterale, ma pura comunicazione di massa. Quella comunicazione che poi viene ribaltata in infiniti documenti e media fino agli articoli divulgativi di rotocalchi e settimanali che, con uno scarso dominio professionale della materia, utilizzano un linguaggio che punta più sull’ansia e sul senso di colpa che sulla consapevolezza e la trasformazione serena e graduale degli stili di vita. Consideriamo che il governo dell’informazione colpisce in questo modo il 33% della popolazione adulta italiana che cade nella categoria sovrappeso e che viene trasformata con un colpo di bacchetta magica da un leggero sovrappeso in un “preobeso”: con una parola come “preobeso” abbiamo improvvisamente preoccupato qualcosa come 20 milioni di italiani, compresi quei 10 milioni che si trovano tra 25 e 27.5 e che sembrano avere un rischio molto vicino a quello dei normopeso. Il Body Max Index, infine, è un indice di massa che non differenzia il tipo di massa quantificato. Se immaginiamo una persona con un BMI di 30,16 la prima visione che abbiamo è di una persona in soprappeso, anzi, secondo la classificazione dell’OMS, sarebbe già un obeso. Immaginiamo di dare un peso e un’altezza reali a questa persona con BMI di 30.1 e decidiamo che sia alto m 1.88 per un peso di 106.46 kg. Come ce lo immaginiamo? Un macellaio in pensione? Un camionista in attività? Trattasi invece di Arnold Schwarzenegger, il numero 1 del culturismo al massimo della forma, le cui misure sono pubblicate in decine di siti:

– Braccio 55,8 cm

– Petto 145 cm

– Vita 86 cm

– Coscia 72 cm

– Polpaccio 51 cm

– Peso 106,5 kg

– Altezza 188 cm.

UNA NUOVA INTERPRETAZIONE

In realtà l’indice di massa potrebbe essere molto più utile se lo considerassimo un indice di sovraccarico. In questo caso tutto si mette in squadra ed è difficile capire come mai non se ne siano accorti coloro che lo hanno promosso e tutti quelli che lo hanno usato finora. L’indice di massa corporea divide un volume (il peso in chili) per una superficie arbitraria e convenzionale: l’altezza in m al quadrato. Sappiamo che le braccia estese corrispondono con buona approssimazione alla statura della persona: è la tipica immagine leonardesca dell’uomo Vitruviano, dove il quadrato è costruito sull’altezza e sulle braccia aperte dell’uomo. A questo punto immaginiamo come liquida la massa peso del corpo (in effetti la densità del corpo umano è molto vicina a quella dell’acqua, che ha peso specifico 1). Se versiamo 106.5 litri di acqua (la massa peso dell’esempio Arnold) in una vasca che ha una superficie di 3.53 m2 (la superficie quadrata dell’altezza di Arnorld) troviamo lo spessore dello strato di acqua: cioè 30.16 mm.

Abbiamo indicizzato il corpo umano a una superficie (ad esempio quella di un materassino a due piazze): il BMI è lo spessore della nostra massa e quindi il numero finale sono i millimetri di spessore, e l’indice non è altro che la misura di un sovraccarico biologico di questo biomaterassino. Fino a 20 mm tutto bene, non ci sono problemi di vascolarizzazione del tessuto biologico, i capillari ce la fanno a penetrare in quello spessore; da 25 a 30 mm lo spessore comincia a generare difficoltà, sia per la vascolarizzazione che per il sostegno; oltre i 30 mm i capillari fanno fatica a irrorare il tessuto, il sostegno della struttura è problematico (artrosi da sovraccarico e collassamento della struttura su se stessa). Il biomaterassino supera i 35 mm? Ci saranno gravi problemi per mantenere irrorata con la pompa (il cuore) tutta questa massa, gravi difficoltà nell’autosostegno (collasso strutturale, artrosi ingravescente), difficoltà all’autotrasporto e sedentarismo. Oltre i 40 mm la vita del materassino è accorciata, la qualità del presente è peggiorata, il cedimento strutturale di qualche anello debole è imminente: un infarto periferico da mancata vascolarizzazione, un infarto della pompa (il cuore), un collasso delle strutture di sostegno (ossa e articolazioni). Questa è la chiave di lettura del Body Max Index: un indice di spessore che diventa tanto più svantaggioso quanto più si discosta da una centralità biologica tra 20 e 25 mm. Questo svantaggio vale anche se la massa è data dal muscolo, sia per il sovraccarico (il peso comunque è peso anche se è muscolo), che per l’irrorazione (la massa è comunque massa da vascolarizzare). E purtroppo lo svantaggio è simbolicamente confermato dal nostro esempio – mito: Arnold nel 1997, a 50 anni di età, ha dovuto subire un intervento di sostituzione della valvola aortica. Una valvola usurata da anni di sovraccarichi sia per generare muscolo, sia per sopportare il peso (da sostenere) e la massa (da vascolarizzare). Vale l’inverso nel caso si sfondi al di sotto di 18/20: il biomaterassino è troppo fragile e troppo lontano dalle condizioni ottimali per cui si è autoselezionato in milioni di anni ovvero tra 20 e 25 millimetri. Ci riferiamo ovviamente agli stati anoressici.

 

LA CIRCONFERENZA ADDOMINALE  e il body fat index

La circonferenza addominale, o giro vita, è una misurazione che nella sua semplicità ha una buona efficacia, purché non si trasformi in un valore di giudizio e purché si tenga conto delle differenze individuali e dei fattori scala. Eppure, da strumento potenzialmente intelligente, è diventato, con un effetto domino amplificato dalla comunicazione di massa, uno standard di riferimento svuotato di significati, in cui si può parlare di obesità addominale, e quindi di grave rischio per la salute, se la circonferenza vita supera valori di 102 centimetri nei maschi e 88 nelle femmine. Perché proprio 102 cm e 88 cm? Ci sarà un valido motivo scientifico. La spiegazione è in uno studio pubblicato sul BMJ (British Medical Journal) nel luglio del 1995 dal titolo “Waist circumference as a measure for indicating need for weight management”. Ammesso e non concesso che si debba assegnare un valore di confine con valore universale, queste cifre espresse in centimetri e deprivate di qualsiasi contesto, rapporto e riferimento, danno proprio l’idea della totale approssimazione. La circonferenza vita è proporzionale alla superficie del piano trasverso che “seziona” il corpo a livello della misurazione.

body fat index

body fat index

Il valore di questa superficie non è assoluto, ma va correlato all’altezza della persona. Preso da solo non significa niente e in molti casi (in tutte le persone alte di statura) genera valori e giudizi peggiorativi. Se immaginiamo un uomo alto 165 cm e con una circonferenza di 100 cm possiamo sicuramente raffigurarci una persona affetta da obesità addominale; ma la stessa circonferenza di 100 cm su un uomo alto 1.90 cm rappresenta un soprappeso molto più modesto, compatibile con BMI di 26–27, ovvero con una sostanziale accettabilità del rischio. Se qualcuno dicesse pubblicamente che tutti i maschi che portano oltre il n. 42 di scarpe corrono il rischio di essere sproporzionati e che tutte le donne corrono lo stesso rischio se portano oltre il n. 37, sarebbe immediatamente “silenziato”, visto che tutti percepiscono che il numero di calzatura è correlato alla statura. Sul perché per anni si sia parlato solo di un valore assoluto, la circonferenza vita, e su questo si sia costruita una scala di rischi assoluti (non correlati quindi alla relatività dell’altezza individuale e per conseguenza alla relatività del rischio), e delle scale di giudizio che possono condizionare scelte di politica sanitaria di centinaia di miliardi di euro/mondo(si! la quantità è questa), ebbene su questo faccio fatica a fornire una risposta: che ognuno trovi la sua. Posso solo aggiungere che un’impostazione di questo genere:

– offre un vantaggio economico certo a Big Pharma, che con queste risorse può generare un sistema sempre più perfetto di ricerca, divulgazione e informazione condizionata e non controllata;

– offre un vantaggio dubbio e in alcuni casi uno svantaggio a milioni di persone;

– genera un impegno notevole per i milioni di singoli, coinvolti per anni in assunzioni quotidiane di pillole, con annessi effetti collaterali e ulteriori monitoraggi e terapie su questi effetti;

– dimenticandosi con nonchalance dei fattori scala, cioè dei principi più elementari della biofisica, della biomeccanica, dell’antropometria e del buon senso, costruisce un modello di rischio di politica sanitaria mondiale in cui la prima valutazione è sbagliata ed è essa stessa “rischiogena”, vale a dire funzionale a obiettivi economici a 12 zeri;

– rinforza l’idea che si debba curare un rischio e non una malattia; attenzione, perché questo passaggio è delicato, ma fondamentale; è una grande responsabilità, perché si corre il rischio (o il vantaggio, dipende dai punti di vista) di trasformare tutti i sani in malati “di rischio”, il “rischio” come nuova patologia universale da cui tutti si “devono” curare. Il grande sogno di B.F. sta diventando realtà. La circonferenza della vita è una misura importante, ma deve essere correlata alla statura, perché questo è alla base del concetto universale di fattore scala. E questo è il Body Fat Index.

BODY FAT INDEX (BFI): INDICE DI GRASSO CORPOREO

Nella definizione razionale è il rapporto tra la massima circonferenza addominale (CA) espressa in centimetri e la statura espressa in metri con due decimali. Esempio pratico: soggetto di cm 86 di (CA) e m 1.76 di altezza = 86 : 1.76 = 48,8

Proponiamo nella pagina seguente un esempio di tabella di riferimento in cui:

CA = circonferenza addominale

h = altezza in metri con due decimali

BFI = Body Fat Index

Le gradazioni del rischio sono state attribuite seguendo il criterio che i fatidici 102 centimetri si riferissero a un uomo di statura media, valore che è posizionato intorno a m 1.76. Il che significa che se un uomo di m 1.76 ha una circonferenza di 102 cm, il suo BFI è di 57. Questo spartiacque coincide sostanzialmente con le tabelle di rischio internazionali. Tutte le altre tabelle tengono conto che, in soggetti più alti o più bassi, l’indice di rischio 57 viene ovviamente raggiunto a diversi valori di CA.Tutti i soggetti con lo stesso index hanno sostanzialmente un rischio equivalente, e comunque l’indice è immensamente più preciso del valore assoluto della sola circonferenza, con cui si sovrastimava il rischio dei soggetti alti e si sottostimava il rischio di quelli bassi. Per modulare l’informazione del BMI consigliamo fortemente di valutare il Body Fat Index, in modo da correlare la qualità del sovrappeso attraverso il rapporto circonferenza vita/altezza. In questo modo sarà possibile ottenere una misurazione semplice ed efficace per monitorare lo stato di soprappeso di una persona che distingua la componente lipidica (riserve di grasso) da quella proteica (muscoli). Ora possiamo cominciare a dire che un soggetto alto 1.88 m e di peso kg 106.5 ha un BMI di 30.16. Misurata la CA, se troviamo 86 cm il suo BFI è 45,74: è ottimo e siamo davanti ad Arnold. Se la CA è 108, il suo BFI è 57 e siamo davanti a un soggetto obeso con forte sovrappeso e accumulo addominale. Per prendere confidenza con questo indice diciamo che fino a 50 siamo in buona posizione; il soprappeso addominale aumenta da 50 a 57. Il valore di 57 è l’indice che rispetta le linee guida internazionali, considerando che i 102 centimetri di riferimento siano stati attribuiti a un uomo di altezza media. In ogni caso, con l’introduzione del BFI entrano finalmente in gioco i valori di gradualità e progressione e di aderenza alle singole caratteristiche individuali.
Questo nuovo Body Fat Index  è stato da noi introdotto come metodologia antropometrica da oltre 10 anni, viene proposto sia nei corsi  per operatori di fitness metabolico che nei corsi di personal trainer della Scuola di Professione Fitness è quindi un rapporto  tra circonferenza e altezza e quindi

IL PESO RAGIONEVOLE

La norma di buon senso prescinde dalla misura: è evidente che un centimetro in meno di circonferenza, a parità di massa magra, corrisponde a una quantità inferiore di grasso e a una riduzione del rischio. Il rischio è quantità-dipendente e il confine assoluto non esiste: esistono un più e un meno, una gradualità, una progressione negativa o positiva. La logica conseguenza di ciò è che si cominci a pensare in termini di “punto zero” per ogni singolo soggetto: il punto zero corrisponde al “tempo zero”, cioè al momento in cui il soggetto metabolico decide di iniziare la sua trasformazione verso un nuovo stile di vita motorio. La misura della circonferenza può essere considerata una misura metabolica solo se la si mette al punto zero della vita di quella singola persona e se ne misurano i cambiamenti nel tempo: senza giudizi per classi di appartenenza e motivando la persona al miglioramento di se stessa. Un buon programma di calo e controllo ponderale non mira al cosiddetto “peso ideale”, riferimento astratto che, pur avendo un ragionevole valore statistico, può non essere pertinente alle coordinate dell’individuo: si punta a un obiettivo contestualizzato e realisticamente perseguibile. È la definizione di “peso ragionevole”, intendendo con ciò quel peso che, mantenuto senza un eccessivo impegno di monitoraggio, consente buone condizioni di vita psico-fisico-relazionali. Per i metabolici il discorso metodologico procede ancora oltre. Il vettore che rappresenta l’impegno del soggetto metabolico non “va verso” qualcosa, piuttosto “fugge da“ qualcosa: misura quanto le infinite singolarità si allontanano dalla condizione di sedentarismo analfabetismo motorio. È stato largamente dimostrato che una riduzione del 10% del peso iniziale produce significativi miglioramenti a livello delle varie espressioni patologiche interrelate nella sindrome metabolica (soprattutto ipertensione, diabete, problematiche cardiovascolari). Non serve far dimagrire. È una provocazione, ma fino a un certo punto: siamo così sicuri che l’obiettivo ultimo del trainer sia quello di “far dimagrire” il soggetto metabolico? Chiaramente, la riduzione di peso è un effetto altamente desiderabile, per il contenimento dei fattori di rischio per la salute, ma è un “effetto” in corso d’opera, non la meta. Il trainer deve spostare l’asse della sua attitudine mentale da prescrittiva e doveristica ad accogliente e partecipativa e, se non oso troppo, educativa. Non sta “facendo dimagrire” la persona metabolica, le sta offrendo esperienza, conoscenza e supporto psicologico, in quel processo che porta alla modifica di uno stile di vita. Cambiare lo stile di vita è auto-risolvente per tutte le singole manifestazioni e implicazioni della sindrome metabolica: è questa la radice primaria dell’impianto metodologico del fitness metabolico. Il soggetto dimagrisce perché cambia stile di vita e non il contrario, cioè non cambia stile di vita perché è dimagrito.

 

di Alessandro Lanzani  alanzani@professionefitness.com

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